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Un pensiero al giorno

18 febbraio - Santa Geltrude (Gertrude) Comensoli - Titolo: Fondatrice

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Omelie e Preghiere

Tempo Ordinario Domenica 20B

I - Giovanni 6,51-58 1. (a) Gesù ha presentato se stesso come pane - Parola di Dio, che deve essere mangiato nel senso di creduto, assimilato con la ruminazione dell'intelligenza, e trasformato in vita pratica, e come pane vivo – Persona (51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo), Dio e uomo, Maestro e Salvatore, nel quale dobbiamo credere e sperare, fidarci e confidare e affidarci: chi crede e spera in lui ha la vita eterna (51 Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno); egli però promette un pane, che darà da mangiare nel futuro e che è la sua stessa carne, che sul Calvario sarà data alla morte per la vita degli uomini di tutto il mondo (51 e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo). Esplode la reazione negativa dei Giudei, avversari di Gesù da sempre,  che discutono fra di loro agitatissimi su come Gesù potrebbe dare la sua carne da mangiare (52 Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?»), cosa ben disgustosa al solo pensarci. Essi erano stati presenti al miracolo della moltiplicazione dei pani e avrebbero dovuto fare un ragionamento molto semplice: Gesù ha fatto il miracolo e quindi viene a nome di Dio e dobbiamo credere alla sua Parola; Egli ha detto che bisogna mangiare la sua carne per avere la salvezza, la vita eterna; la sua carne fisica, quella del suo corpo, certamente non potrebbe bastare che a darne un pezzetto per un numero estremamente limitato di persone, rispetto al grandissimo numero di individui, che ne devono mangiare per salvarsi attraverso i secoli; allora Gesù non sta invitando a mangiare la sua carne fisica nel modo comune di parlare, ma presenterà la sua carne in altro modo, che sarà inventato dalla sua potenza, sapienza e bontà infinita. Ma i Giudei erano prevenuti contro Gesù, perché sentivano la sua Persona e il suo insegnamento come un rimprovero per loro, e perciò rifiutavano tutto di lui, essendo mal disposti. Noi invece vogliamo credere in Gesù perché coi miracoli ha dimostrato di venire da Dio e di essere Dio; ora i suoi miracoli ci rassicurano perché Dio non si inganna e non può ingannare: anche se non capiamo, crediamo; in effetti credere non implica capire, ma affidarsi totalmente a Dio, accettando ogni sua Parola. (b) Gesù conferma quanto detto e aggiunge con giuramento che quanti si rifiutano di mangiare la sua carne e bere il suo sangue non avranno la vita eterna in loro (53 Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita) e ripete l'affermazione termini positivi (54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna) con l’aggiunta della promessa di un secondo effetto,  molto desiderato dai Giudei: la resurrezione gloriosa dei corpi alla fine del mondo (54 e io lo risusciterò nell’ultimo giorno). Gesù ha aggiunto che bisogna bere anche il suo sangue e precisa che la sua carne è vero cibo e il suo sangue vera bevanda (55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda). Gesù troverà la maniera per rendere la sua carne commestibile e il suo sangue potabile secondo la legge di Dio, che proibiva di mangiare carne umana e bere sangue, e secondo le leggi della psicologia. Gesù è Dio e quindi sapienza infinita; occorre credere a lui e fidarsi, confidare, affidarsi.

2. (a) Gesù promette anche che chi mangia e beve la sua carne e sangue realizzerà una mutua immanenza con lui, un’l'intima comunione e unione con lui (56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui), come Egli l’ha col Padre. (b) Inoltre fa una quarta promessa: colui che mangia vivrà della vita di Gesù, quella che egli ha ricevuta dal Padre e della quale egli stesso vive (57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me); si tratta della vita divina, eterna, di cui vive la stessa Trinità SS.! (c) Infine Gesù, per far capire la grandezza del dono che darà, fa notare la differenza tra la manna, che fu data per soli 40 anni e servì per sostenere la vita del corpo, e il cibo che egli dà: egli dona la sua carne e sangue fino alla fine del mondo ed essi servono per la vita eterna (59 Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno). Crediamo, adoriamo,  ringraziamo Dio. Ci troviamo di fronte a un Mistero incomprensibile e all’altissima altissima dignità dell’uomo, ammesso all’intima comunione con Dio. Impegniamoci a fare la comunione eucaristica ogni domenica e anche più spesso, se possibile.

II - Proverbi 9,1-6 1. La Sapienza è presentata come una splendida matrona. La sapienza  umana è la somma di prudenza e intelligenza: conosce le cose e ciò che vuole realizzare e sceglie i mezzi proporzionati per raggiungere il fine, anche nelle situazioni più complicate. La Sapienza biblica è la riflessione dell’uomo sulla Parola e Legge di Dio e consiste nel vedere le creature e gli avvenimenti, come li vede Dio; essa si è costruita una casa lussuosa (1 La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne) e ha preparato uno splendido banchetto; in esso si prevede la carne, che gli ebrei mangiavano nelle occasioni importanti, e il vino, che in Oriente si temperava con acqua, perché il vino antico era molto più forte di quello attuale; ha inoltre preparato la tavola (2 Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola). Per avere più persone al banchetto, la Sapienza manda le sue serve ai punti più alti della città, per avvisare (3 Hamandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città) che tutto è pronto: l'invito è rivolto a tutti ma in particolare agli ignoranti e inesperti, che sono i bambini, che per l'età non hanno avuto tempo di imparare, e i cattivi e gli stolti, che non hanno voluto istruirsi finora e hanno preso vie sbagliate (4 ella dice: «Chi è inesperto venga qui!»… A chi è privo di senno); tutte le persone sono invitate a venire al banchetto e a mangiare pane e vino, che la Sapienza ha preparato per loro (4; 5 Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato). Non si tratta ovviamente del banchetto di cibi materiali, ma di abbandonare l’ignoranza incolpevole dei bambini e quella colpevole degli adulti e camminare per vie sicure, che conducono alla vita vera è buona, grazie alle giuste conoscenze, che vengono dall'uso retto dell'intelligenza e dalla pratica del bene, che si è conosciuto (6 Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza). Mettiamoci alla scuola della Sapienza, che è Gesù Cristo stesso, che vuole condurci in paradiso con l'osservanza della sua legge. Chiediamo il  dono della Sapienza, che ci viene dello Spirito Santo.

2. I Padri della Chiesa hanno dato un significato simbolico ai vari elementi di questo brano e hanno visto nella casa, che la Sapienza si costruisce, la natura umana di Cristo, il Corpo storico di Cristo, e anche il suo Corpo Mistico, che è la Chiesa, sede della Sapienza – e tale è anche Maria; nelle sette colonne hanno visto i sette sacramenti o i sette doni dello Spirito Santo, o le sette virtù teologali e cardinali insieme, o gli Apostoli (Gal 2,9); la vittima è Gesù, che si offre in sacrificio per la nostra salvezza, e siamo anche noi che ci dobbiamo offrire in sacrificio insieme con Gesù, come i martiri di tutti i tempi; il vino con l'acqua, insieme col pane, fu usato da Gesù nell'ultima cena per istituire l’Eucaristia, che noi continuiamo a celebrare; la tavola è l’altare, su cui deponiamo il pane e vino consacrati, che sono nostro cibo e bevanda; il pane e vino sono anche la Parola di Dio, nutrimento spirituale; le donzelle sono i predicatori della Parola, con la quale istruiscono i fedeli e li portano all'Eucaristia. Se valorizzassimo questi elementi nella vita spirituale, certamente saremmo e rimarremmo sulla strada buona.

III - Efesini 5,15–20 1. I tempi sono brutti (16 perché i giorni sono cattivi). La mentalità mondana, col sostegno del diavolo e favorita e incrementata dalle debolezze della carne, è pervasiva e diffusa da tutti i mezzi di comunicazione e dai singoli. Perciò siamo tutti esposti ad essa in tutti i modi; siamo a rischio anche noi sacerdoti; non è difficile notare il livello di mondanità di noi preti e vescovi, tante volte rimproverata da papa Francesco. Il rischio è ci comportiamo da stolti (15), che facciamo cattivo uso del tempo (16), siamo sconsiderati (17), con la conseguenza che ci sfugga la volontà di Dio su di noi (17), perché non facciamo un giusto discernimento. Le orge degli antichi erano saltuarie e riservate a poche persone, perché mancavano i mezzi; invece oggi sono continue, e quando non nella realtà, almeno nelle visioni e nella fantasia (18). Le nostre idee si confondono al punto che non sappiamo più giudicare ciò che è bene e ciò che è male e ci lasciamo ingannare; consideriamo apostolato ciò che ci piace fare e non ciò che Dio vuole da noi e perciò perdiamo tempo, quando non danneggiamo noi stessi o le anime. Dobbiamo invece fare attenzione al nostro modo di vivere (15 Fate dunque molta attenzione al vostro modo di vivere), non ci dobbiamo comportare da persone stolte ma sagge (15 comportandovi non da stolti ma da saggi); usare bene il tempo, che Dio mette a nostra disposizione (16 facendo buon uso del tempo); anche perché si va assottigliando per l'avvicinarsi della fine della nostra vita. Evitiamo i comportamenti delle persone senza intelligenza (17 Non siate perciò sconsiderati) e stiamo attenti a capire la volontà di Dio su di noi (17 ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore). Infine evitiamo di abbandonarci a qualsiasi forma di ubriachezza fisica (18 E non ubriacatevi di vino, che fa perdere il controllo di sé) o psicologica, come è riempire i sensi di ogni soddisfazione, cosa che ci rende schiavi dei piaceri e ci fa perdere sensibilità umana e spirituale. Di preghiera e sacrifici abbiamo bisogno.

2. Che cosa fare per salvarsi da questi tempi cattivi? Ai consigli già dati Paolo aggiunge di mantenersi sempre pieni di Spirito Santo (20 siate invece ricolmi dello Spirito), cioè di evitare il peccato grave, che ci priva della presenza dello Spirito e ne indebolisce l’azione in noi, impedendogli di guidarci nella nostra vita quotidiana; inoltre dobbiamo occupare il tempo nella preghiera, usando salmi, inni e cantici suggeriti dallo Spirito, e nel canto con tutto il cuore a Dio (20 intrattenendovi fra voi con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore). La nostra preghiera principale e continua deve essere il ringraziamento a Dio per ogni cosa (20 rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre), perché ogni creatura viene da Dio; a lui mostriamo la nostra gratitudine per mezzo di Cristo (20 nel nome del Signore nostro Gesù Cristo) nello Spirito. La presenza dello Spirito in noi è indispensabile perché solo Lui può rendere la nostra vita tutta spirituale e quindi fare sì che si esprima in un continuo dialogo con Dio nella preghiera: sia con preghiere spontanee, nelle quali manifestiamo i nostri sentimenti, sia con preghiere “già fatte”, nelle quali adeguiamo i nostri sentimenti alle parole che pronunciamo. Particolare attenzione va prestata alle preghiere bibliche, come i Salmi, che sono Parola di Dio, e  quindi ci rivolgiamo a Dio con le parole che egli vuole ascoltare da noi; e alla preghiera liturgica in genere.

EUCARISTIA. Nell’Eucaristia troviamo tutto Gesù: la sua Persona, la sua Parola, il pane e il vino eucaristici; “servendocene” sotto la guida dello Spirito, tutto questo diventa nutrimento spirituale della nostra fede, speranza e carità e ci mette in condizioni quindi di vivere da autentici discepoli di Cristo. Preghiamo la Vergine SS. e S. Giuseppe, gli Angeli Custodi e i Santi Patroni perché ci ottengano di sapere accogliere Gesù nella sua totalità e senza riserve, seguendo il loro esempio.(mons. Francesco Spaduzzi)


spunti di riflessione XVII domenica Tempo Ordinario Domenica 17

Nota introduttiva: Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per l’omelia. Sono graditi consigli e suggerimenti per rendere più utili e fruibili queste riflessioni (mons. Francesco Spaduzzi)

Tempo ordinario domenica 17B

I - Giovanni 6,1-15 1. Gesù fa tutto Lui: passa all'altra riva (1 Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade); sale sul monte (3 Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli); concentra l’attenzione sulla folla (5 Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui) e rivolge la domanda Filippo sul da fare per sfamare la gente (5 e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?»), pur sapendo bene quello che voleva realizzare (6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere); ordina di far sedere la folla, almeno cinquemila uomini (10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini), forse senza contare donne e bambini (Mt 14,21; 15,28); Gesù prende 5 pani e i pesci (11 Allora Gesù prese i pani… e lo stesso fece dei pesci) di un ragazzo (8 Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?») e dopo la preghiera li distribuisce fino a saziare tutti (11 …e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti,…, quanto ne volevano); alla fine fa raccogliere quello che non era stato consumato perché prezioso (11 E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto») in 12 canestri (13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato), come le 12 tribù d'Israele e i popoli di Atti 2 dopo la Pentecoste. Ammiriamo Gesù e la sua bontà infinita e chiediamo di poter imitare, nei limiti delle nostre possibilità, la sua sensibilità per i bisogni anche materiali della gente, della cui fame si preoccupa (5); contempliamo la sua sapienza infinita e provvidenza, che sa tutto e organizza tutto per il bene delle anime e dei corpi dei presenti; adoriamo la sua onnipotenza perché con cinque pani e due pesci sfama migliaia di persone (10); onoriamo la sua religiosità, che lo fa rivolgere al Padre per ringraziarlo (11) dei doni, che continua a dare all'umanità, nonostante l'ingratitudine di tanti, come nutrì con la manna per 40 anni gli ebrei nel deserto, nonostante le loro infedeltà; veneriamo il suo rispetto per le creature nel far raccogliere il pane avanzato (12-13): questo fa pensare all'Eucarestia, pane preziosissimo, che prometterà il giorno dopo (Gv 6,51ss); gustiamo la sua pazienza infinita nel sopportare l'incomprensione della gente, che lo segue per i miracoli che fa (2 e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi) - e molto apprezza il miracolo della moltiplicazione dei pani (14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!») -, ma non li valorizza come segno per capire che Gesù è Dio fatto uomo e Messia (Gv 6,26), e non gli interessa affatto diventare re alla maniera umana, ma vuole essere il Messia come Dio richiede, cioè con una missione di salvezza spirituale e soprannaturale (15Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo);. Crediamo in Gesù, adoriamolo, lodiamolo, supplichiamolo per capire meglio. Affidiamoci a lui, lasciamoci guidare come e dove vuole lui.

2. Non lasciamoci sfuggire alcuni altri spunti per riflettere. (a) Gesù passa all'altra riva (1): questo fa pensare al passaggio degli ebrei dall’Egitto alla Palestina attraverso il Mar Rosso, perché sostenuti da Dio e dall'agnello pasquale; allo stesso modo anche noi dobbiamo fare il nostro cammino in questa vita, passando all’eternità, sostenuti dal’Eucaristia, che Gesù prometterà il giorno dopo. (b) La grande folla fa pensare agli ebrei nel deserto, che furono da Dio sfamati con la manna e dissetati con acqua dalla roccia; qui Gesù sfama la folla con pane e anche con pesci come companatico, perché non si accontenta di dare lo stretto necessario o utile, ma offre anche il non indispensabile e in abbondanza (13; superano 12 canestri). (c) Siamo vicini alla Pasqua dei Giudei (4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei); anche questo fa pensare all'Esodo, all'Agnello pasquale, alla manna, all'acqua della roccia, ecc.. (d) Gesù non si piega alle idee storte della folla, che vorrebbe proclamarlo re, ma si allontana e resta solo ora (15), e comunque si ritroverà con pochi, i 12 Apostoli (Gv 6,68), fino a rimanere sul Calvario solo con la Madre, con Giovanni e le pie donne, perché tradito da Giuda (Gv 6,70-71) e abbandonato dagli altri Dieci. Impariamo da Gesù la sua perseveranza nella fedeltà al Padre per portare avanti la sua missione: restiamo fedeli a Gesù e alla nostra missione, nonostante le incomprensioni e la solitudine; in realtà non resteremo mai soli: come lui sapeva di avere sempre il Padre con sé, così noi avremo la Trinità con noi, senza dimenticare la Madonna e l’Angelo Custode e i Santi Patroni. Adoriamo, supplichiamo per capire, chiediamo aiuto a Dio.

II - 1Re 4,42-44 1. Un tale aveva portato a Eliseo, perché lo considerava uomo di Dio e ne aveva sperimentato la vicinanza con Lui, le primizie dell'orzo, col quale si faceva il pane dei poveri; a questo era stato mescolato grano, col quale si faceva il pane dei ricchi (42 Da Baal-Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia). Eliseo aveva con sé un centinaio di persone che stavano lì per fare dei lavori e probabilmente formavano la confraternita dei Profeti, che per ammirazione verso Eliseo si erano raccolti intorno a lui. Eliseo aveva ricevuto da Dio la rivelazione che quel pane, che normalmente bastava solo per sfamare 20 persone, avrebbe saziato tutti quelli che stavano con lui e ne sarebbe anche rimasto (43 Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”»); perciò ordinò al servo Giezi di distribuirlo (42 Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente»). Giezi fece notare che il pane non era sufficiente per 100 persone (42 Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?», ma il Profeta ripeté l'ordine (43 Egli replicò: Dallo da mangiare alla gente), riportando la rivelazione. Il servo, che tante aveva sperimentato l'onnipotenza di Dio nella vita del profeta, credette alla sua parola e nella bontà e onnipotenza di Dio e avvenne il miracolo: il pane bastò a tutti e ne superò: (44) Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore, onnipotente e buono, e secondo la parola del Profeta, fedele a Dio.

2. (a) Il Profeta aveva lasciato il suo lavoro per seguire Elia, quando l'aveva chiamato a nome di Dio, e viveva ora di elemosina (42). Con lui c’erano anche tante persone, che condividevano la sua spiritualità di totale affidamento a Dio. Che grande grazia di Dio incontrare un Uomo di Dio nella propria vita! (b) Il servo avrebbe dovuto obbedire subito giacché conosceva Eliseo da tanto tempo. La sua obbedienza lenta ci fa conoscere la grandezza del miracolo. L'obbedienza di Giezi qui e dei servi alle nozze di Cana e degli Apostoli nel miracolo della moltiplicazione dei pani è un elemento del miracolo. Dio potrebbe anche servirsi della nostra obbedienza per operare grandi cose… (c) Dio poteva creare il pane dal nulla e sfamare le 100 persone e invece si serve di altro pane, suo dono agli uomini, come avviene nella moltiplicazione dei pani, dove Gesù adopera i 5 pani di orzo e due pesci, o nelle nozze di Cana, dove utilizza l'acqua. Anche in questo modo Dio mostra che vuole la collaborazione degli uomini. (d) Questi miracoli si sono ripetuti tante volte nel corso della storia, specie nella vita dei fondatori di ordini religiosi o di grandi opere di carità: essi hanno sempre dovuto affrontare sacrifici enormi e si sono dovuti affidare esclusivamente alla bontà di Dio, che si è servito anche a volte della bontà degli uomini (San Giovanni Bosco, S. Teresa di Calcutta, ecc.). Nel loro amore senza confini a Dio e al prossimo essi hanno detto a Dio: Mi fido di Te, confido in Te, mi affido a te, me e le opere che tu vuoi che io faccia: pensaci tu.

III - Efesini 4,1-6, 1. Paolo presenta come titolo per esortare i lettori e “diritto” di essere ascoltato la condizione di carcerato a causa della sua adesione a Gesù (1 Io dunque, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto); l'invito, che rivolge agli Efesini, riguarda la loro vita cristiana. Essi hanno ricevuto da Dio una chiamata all'esistenza naturale (vita umana) e soprannaturale (unione con Dio per mezzo di fede e carità nella Chiesa, già famiglia di Dio, in questo mondo e per mezzo della visione e della carità nel paradiso) e devono comportarsi in maniera degna ditale chiamata (1 comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto). In effetti la vita eterna, qui e nell'eternità, è l'oggetto della nostra attuale speranza, alla quale Dio nella sua misericordia ci ha chiamati (4 come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione). Le virtù, che devono praticare gli Efesini, e noi con loro, sono quelle tipicamente cristiane, indispensabili per vivere la vita comunitaria: l'umiltà (2 con ogni umiltà), che ci fa riconoscere che tutto il bene, che abbiamo, proviene da Dio e il male da noi e non possiamo vantarci per il bene ricevuto da Dio né sentirci superiori agli altri per esso; la dolcezza (2), che ci rende affabili nei rapporti, e la pazienza (2 e magnanimità), che ci rende capaci di sopportare le debolezze degli altri, come gli altri sopportano le nostre (2 sopportandovi a vicenda); e bisogna in tutto lasciarsi guidare dall'amore soprannaturale reciproco, dalla carità diffusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo (2 nell'amore; cfr Rm 5,5), che significa amare Dio per se stesso e amare il prossimo per amore di Dio, come Gesù ha amato noi; inoltre necessario conservare l'unità delle menti e dei cuori, che è frutto dell'unico Spirito che abita in noi (3 avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito) e che produce in noi l’altro frutto dello Spirito, che è la pace (3 per mezzo del vincolo della pace; cfr Gal 5,22). Esaminiamoci per vedere se nei nostri rapporti pratichiamo queste virtù. Poiché sicuramente ci sono tante povertà in noi, chiediamo perdono e decidiamo di correggerci, seguendo in questo anche l'invito della Madonna a Fatima.

2. Abbiamo bisogno di praticare queste virtù perché noi formiamo un solo Corpo Mistico, quello di Cristo, animato dal solo Spirito Santo, come una sola è la speranza che abbiamo, cioè la vita eterna (4 Un solo corpo e un solo spirito); inoltre il Signore è uno solo: Gesù, Dio e uomo, maestro e redentore, in cui crediamo e alla cui parola crediamo e obbediamo - tutti con una sola fede -, e nel cui nome siamo stati battezzati con un solo battesimo (5 un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo); infine c’è un solo Padre di tutti gli uomini (6 Un solo Dio e Padre di tutti) e unico creatore di tutto, che trascende tutte le creature (6 che è al di sopra di tutti), è presente in esse (6 ed è presente in tutti) e agisce in esse e opera per mezzo loro (6 opera per mezzo di tutti) sul piano naturale e soprannaturale. Dal Padre Figlio e Spirito Santo, unico Dio in tre Persone, viene la salvezza eterna ma anche tutta la vita della Chiesa: tutto viene dal Padre per mezzo di Cristo nello Spirito o in Cristo per mezzo dello Spirito non solo nel campo soprannaturale ma anche in quello naturale; solo per fede possiamo credere e solo la fede ci può sostenere; dobbiamo arrivare a dire: mi fido di Dio, confido in Dio, mi affido a Dio.

EUCARISTIA. Dalla moltiplicazione dei pani Gesù prende spunto per il lungo discorso eucaristico che farà il giorno dopo a Cafarnao. Il miracolo qui sta nella moltiplicazione, nell’Eucaristia sta nella trasformazione del pane e vino nel suo Corpo e Sangue e nella sua presenza. Solo la fede ci può introdurre nel mistero ed essa dipende dalla grazia di Dio ma anche dalla nostra buona volontà nel dire di sì a Dio che ci attrae. Chiediamo alla Vergine Maria e a S. Giuseppe, nei quali la fede ha raggiunto vette inimmaginabili, e ai Santi Patroni che li hanno imitati, e agli Angeli Custodi, di ottenerci di crescere nella fede, speranza e carità. (mons. Francesco Spaduzzi)

spunti di riflessione XIV domenica Tempo Ordinario Domenica 14B

Nota introduttiva: Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per l’omelia. Sono graditi consigli e suggerimenti per rendere più utili e fruibili queste riflessioni (mons. Francesco Spaduzzi)

Tempo Ordinario Domenica 14B

I - Marco 6,1-6 1. Gesù aveva la casa a Cafarnao come sua dimora (probabilmente la casa di Pietro) e di lì si spostava per la sua attività apostolica sul posto. Un giorno decise di andare a Nazareth, che era considerata la sua patria, e i discepoli lo seguirono (1 Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono). Il sabato andò come al solito alla Sinagoga, dove annunciò il Regno di Dio (2 Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga). I suoi compaesani lo ascoltavano sorpresi (2 E molti, ascoltando, rimanevano stupiti) e si domandavano dove aveva imparato quelle cose (2 e dicevano: Da dove gli vengono queste cose?), da chi gli veniva tutta la sapienza, che mostrava (2 E che sapienza è quella che gli è stata data?), e come mai aveva poteri di operare miracoli così strepitosi (2 E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?). E ricordavano che egli era stato sempre un semplice falegname, figlio di una donna del popolo e con tanti parenti ben conosciuti in paese (3 Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?). E questi interrogativi senza risposta li portava è un sentimento di avversione per lui (3 Ed era per loro motivo di scandalo). I paesani avevano saputo tutto quello che di Gesù si raccontava a proposito dell’elevatezza del suo insegnamento e della grandezza dei suoi miracoli, operati nei dintorni; così, quando Gesù tornò in paese, dovettero riconoscere che era vero quello che si diceva di lui. Per loro era difficile accettare Gesù sotto questa nuova luce e per gelosia, invidia e altri sentimenti negativi, lo rifiutano, nonostante anche a essi veniva offerta la grazia di credere in lui. Per noi è più facile, con la grazia di Dio e con la buona volontà, riconoscere chi è veramente Gesù perché molti sono gli aiuti anche esterni, a credere, ma anche noi corriamo il rischio di non prendere sul serio che è Egli è vero Dio e vero uomo: di qui la necessità di studiare, riflettere e meditare per interiorizzare queste verità.

2. Gesù sa tutto ciò che avviene nel cuore delle persone e osserva che poca considerazione un profeta trova nella sua patria e presso i suoi parenti e familiari (4 Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua»). Altrove aveva operato tanti miracoli, ma qui può guarire solo poche persone (5 E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì) e ciò a causa della poca fede dei compaesani e parenti; l’evangelista ce lo mostra meravigliato di tanta incredulità (6 E si meravigliava della loro incredulità). Comunque Gesù non sì scoraggia per questo e continua a predicare dappertutto nei dintorni (6 Gesù percorreva i villaggi d’intorno insegnando). I parenti e i compaesani di Gesù non credevano in lui anche perché erano abituati e attaccati alla conoscenza incompleta, che avevano di lui; però un po’ più di umiltà e apertura di intelligenza e di cuore ora avrebbero dovuto aiutarli ad accettare la sua manifestazione completa, e invece non vollero. Anche noi corriamo il rischio di farci e abituarci a un'idea incompleta di Gesù e ci rifiutiamo di lasciarla; così non arriviamo a un rapporto più intimo con Gesù, che vuole manifestarsi di più e meglio a noi. Egli di solito si manifesta solo in modo progressivo nello studio e nella meditazione e nella preghiera in genere: siamo noi che ci dobbiamo adeguare a lui, e non viceversa. Di qui la necessità di leggere e assimilare la Sacra Scrittura. Così crescono anche la nostra fede e il nostro amore a Cristo.

II - Ezechiele 2, 2-5 1. Dio rivolge la parola a Ezechiele per farlo profeta degli Ebrei, sia quelli che stavano in esilio a Babilonia sia quelli che stavano ancora a Gerusalemme. Nabucodonosor aveva assediato e preso la città nel 597, e aveva deportato parte della popolazione; Ezechiele aveva visto che anche Dio aveva lasciato il Tempio e la città e se n'era andato con i deportati, per significare che per Lui quello era il vero popolo di Dio, per mezzo del quale Egli avrebbe fatto sopravvivere il popolo ebraico; gli Ebrei di Gerusalemme invece si ritenevano benedetti da Dio perché stavano nella Città Santa. Dio invia Ezechiele agli Israeliti (3Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele; 4 Quelli ai quali ti mando) con la missione di profeta (5 sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro), cioè per annunciare la Parola di Dio (4 Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”). Grazie a questa Parola essi si possono convertire e salvare perché tale è l’intenzione di Dio, nel mandare i suoi messaggeri. Per garantire il profeta della sua chiamata e della missione, Dio gli dà il suo Spirito, che lo rende docile nell’ascoltare la Parola di Dio e coraggioso nel trasmetterla (2 A queste parole, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava). Rinnoviamo la nostra fede nella chiamata e missione divina di Ezechiele e che Dio fa la stessa cosa coi vescovi e sacerdoti di oggi, chiamati e mandati a compiere la loro missione di annunciatori della Parola di Dio. Chiediamo di essere attenti ascoltatori e precisi esecutori e fedeli trasmettitori di questa Parola

2. Dio precisa a chi il profeta dovrà rivolgere la Parola di Dio: a tutti i figli di Israele (3): (a) dovevano essere sudditi fedeli di Dio e invece si sono ribellati e rivoltati contro il loro Signore e Dio (3 a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me); sia costoro che i loro padri si sono rifiutati di obbedire a Dio (3 Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi); (b) essi dovevano essere figli docili obbedienti e invece sono duri di testa e di cuore (4 Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito). Il profeta parlerà a nome di Dio e riferirà la sua Parola con fedeltà (4). Possono ascoltare o rifiutarsi (giacché essi sono indocili), comunque dovranno riconoscere che Dio ha mandato un profeta parlare loro (5 Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli). Gli Ebrei furono tante volte ribelli e per la infinita misericordia di Dio furono puniti al di sotto di quello che meritavano; avevano ricevuto tantissimo da Dio e si erano sollevati contro di Lui e perciò Gerusalemme fu distrutta. Portarono la loro ribellione contro Dio arriverà perfino a uccidere Gesù. E noi quante volte ci ribelliamo a Dio e non prendiamo sul serio la sua Parola? Pensiamo alla sofferenza di Dio che ama come padrone che ha creato e come padre che genera figli, e sì trova davanti a un suddito ribelle e a un figlio ingrato. Decidiamo di cambiare.

III – 2Corinzi 12,7-10 1. San Paolo ha avuto molti doni straordinari da Dio nel campo naturale con una grande intelligenza e forza di volontà, cultura e capacità di comunicare, e nel campo soprannaturale con un apostolato intensissimo e con risultati splendidi, anche in situazioni estremamente avverse. È facile che chi si trova in abbondanza di doni di Dio dimentichi che l'origine divina dei suoi doni, e monti in superbia; ora Dio, per aiutare Paolo a non perdere la testa, cadendo nell’orgoglio, permette che gli sia inflitta una sofferenza che lo tormenta come una spina nella carne: essa diventa per lui come un messaggero di satana, che lo colpisce per tenerlo nell’umiltà (7 Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia). Non sappiamo in che cosa  consisteva questa sofferenza umiliante, ma certo faceva soffrire molto San Paolo nel corpo e soprattutto nello spirito. Egli desiderava ardentemente di esserne liberato e perciò pregò con insistenza il Signore (8 A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me): 3 per indicare molte volte e un numero completo, come Gesù nel Getsemani (cfr Mt 26,39-44). Ma Gesù gli diede risposta negativa, pur accompagnandola con la promessa di continuare ad assisterlo: Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (9); Gesù gli dice che gli deve bastare la grazia che Egli gli dà per andare avanti, anche perché la sua Potenza Divina si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole. Non c'è nulla di male che noi preghiamo, per ottenere la liberazione dal male, quando stiamo nella sofferenza fisica o morale, sia che provenga da noi per debolezza o dal diavolo per farci del male o anche da Dio stesso come prova della nostra fedeltà; anzi è un bene perché ci fa cercare rifugio e protezione in Dio come hanno fatto sempre i Santi, e anche Gesù. Ma non dobbiamo aspettarci di essere esauditi a modo nostro, ma affidarci a quello che Dio ritiene opportuno: Egli conosce ciò che ci fa veramente bene e nostri veri bisogni e ci dà le grazie necessarie, e anche sovrabbondanti; ma non ci stanchiamo di pregare.

2. In seguito alla risposta di Gesù, Paolo decide di vantarsi volentieri di ciò che rivela la sua debolezza, dei suoi limiti personali, perché in lui possa agire la potenza di Cristo con piena libertà (9 Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo). E perciò egli si rallegra dei suoi limiti, degli insulti, delle difficoltà, delle persecuzioni e delle angosce, che sopporta a causa di Cristo, per amore al suo Signore, che l'ha amato tanto da dare la sua vita per lui e da arricchirlo dei suoi doni (10 Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo). In effetti quando più si manifesta la sua debolezza personale, tanto più appare la potenza di Cristo in lui (10 infatti quando sono debole, è allora che sono forte). Proprio così. Noi dobbiamo riconoscere che tutto riceviamo da Dio sul piano naturale e sul piano soprannaturale e la nostra stessa collaborazione alla grazia di Dio è dono di Dio. Allora non possiamo vantarci dei doni di Dio come se fossero nostri, perché effettivamente sono di Dio; noi possiamo solo e dobbiamo benedirlo e lodarlo e ringraziarlo per questi doni, come fa Maria nel Magnificat e San Paolo all'inizio delle sue Lettere. Quanto più noi riconosciamo il nostro nulla, tanto più in noi si manifesta la potenza di Dio, come è avvenuto nei Santi, che hanno fatto cose straordinarie con mezzi piccolissimi e sproporzionati. Abituiamoci ad attribuire a Dio i suoi doni, e non a noi, e chiediamo perdono per le nostre stupide vanterie.

EUCARISTIA. Nella prima parte della Messa la Parola di Dio ci presenta sempre qualche aspetto nuovo di Gesù o ci aiuta  ad approfondire la sua conoscenza per arrivare a un amore più intenso per Lui. Di qui l’importanza dell’ascolto attento e rispettoso e aperto all’accettazione incondizionata della Parola. Nella seconda parte della Messa ci offriamo insieme con Gesù al Padre e ci uniamo con Gesù nella Comunione eucaristica, che ci rende capaci di vivere all’altezza della nostra vocazione cristiana. Ci rivolgiamo a Maria e a Giuseppe, ai nostri Angeli Custodi e Santi Patroni, perché ci ottengano le grazie necessarie per accogliere docilmente tutta la Parola di Dio e di praticarla con fedeltà. (mons. Francesco Spaduzzi)

spunti di riflessione XI domenica Tempo Ordinario Domenica 11B

Tempo Ordinario Domenica 11B

Nota introduttiva: Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per l’omelia. Sono graditi consigli e suggerimenti per rendere più utili e fruibili queste riflessioni (mons. Francesco Spaduzzi)

I - Marco 4, 26-34 1 Gesù dice che avviene del Regno di Dio quello che succede in natura con l'uomo e il chicco di grano (26Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno). Il contadino getta il chicco nel terreno (26b); esso germina e cresce (27 il seme germoglia e cresce) grazie al terreno, che fa crescere lo stelo e la spiga e infine il chicco maturo (28 Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga); nel frattempo l'agricoltore passa il suo tempo a dormire di notte a vegliare di giorno (27 dorma o vegli, di notte o di giorno) ma non sa come tutto avviene nella crescita (27 Come, egli stesso non lo sa); egli interviene solo al momento della mietitura con la falce (29 e quando il frutto è maturo subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura). E’ Dio che agisce in modo misterioso per far crescere il seme, pur con la collaborazione iniziale dell'uomo. Così avviene del Regno di Dio, che chiede la collaborazione dell'uomo per far crescere il suo Regno nel cuore e nella vita del singolo e della società, ma è Lui che lo fa crescere: siamo nel campo soprannaturale e solo Dio può realizzare opere di natura soprannaturale. Dio a volte agisce anche se la nostra collaborazione non c'è; altre volte la vuole in ogni caso: e così può dipendere da noi se il Regno di Dio cresce o no in noi e negli altri. Grandissima responsabilità! Dio mi trova sempre disponibile a collaborare con Lui?

2. Gesù paragona il regno di Dio (30 Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?) anche al granello di senapa, che è piccolissimo al momento della semina (31 È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno), tanto che il palmo della mano ne può contenere molti; eppure quando è cresciuto arriva fino a 3-4 metri, supera gli altri ortaggi in altezza e può ospitare tanti uccelli a nidificare (32 ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra), specie i cardellini, che ne sono ghiotti. Similmente il Regno di Dio ha un punto di partenza poverissimo: Gesù con pochi pescatori e pastori Galilei, ma in 20 anni si apre a tutto il mondo e in tre secoli si diffonde in tutto l'Impero Romano e fuori di esso. Le persecuzioni degli Imperatori e dei musulmani, dei tiranni e del comunismo, e i distacchi operati dal diavolo e dalla cattiveria umana nel corso dei secoli, non sono riusciti né a indebolire il Regno di Dio né a distruggerlo, perché Dio Trinità lo regge con la sua potenza, sapienza e bontà infinite. Ma il Regno di Dio deve diffondersi nel nostro cuore per facilitare gli altri di accettarlo. Rinnoviamo la nostra fiducia nella potenza, sapienza e bontà infinite di Dio, che guida la Chiesa oggi come ha fatto per il passato; ma questo non ci faccia sentire esonerati dall’impegno personale serio per la sua diffusione e radicamento.

3. Gesù insegna in parabole per adattarsi alle capacità di accoglienza della Verità da parte degli ascoltatori (33 Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere). La Verità, detta chiaramente, sarebbe stata rifiutata dagli Ebrei perché sarebbe stata una luce troppo intensa per loro; la luce opacizzata, grazie alle parabole, disponeva gli uomini ad accoglierla più facilmente. Comunque Gesù spiegava le parabole in privato agli apostoli (34 Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa). Ammiriamo l’infinita sapienza e pazienza e misericordia di Gesù nell’usare questo metodo di insegnare coi suoi contemporanei e con noi.

II - Ezechiele 17,22-24. Parla Dio (22 Così dice il Signore Dio) e usa una parabola per far capire agli ebrei che è Lui che regge i fili della storia umana, senza farsi condizionare dai grandi di questo mondo (24Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò).  Adopera l'immagine di un ramoscello, che Egli taglia dalla cima di un cedro (22 Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami lo coglierò), che era considerato l'albero più bello, maestoso e solido del Medio Oriente; Egli pianta questo ramoscello su un alto monte (22 e lo pianterò sopra un monte alto, imponente), quindi ben visibile; il monte è in Israele (23 lo pianterò sul monte alto d’Israele); l'albero crescerà, metterà rami e darà frutti e diventerà uno splendido cedro (23 Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico); gli uccelli vi troveranno il posto per fare il loro nido e per riposarsi (23 Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà). Gli altri alberi dovranno riconoscere che Dio è padrone di tutto (24 Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore); Egli abbatte gli alberi alti e innalza i piccoli a suo piacimento (24 che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso), fa seccare gli alberi verdi e rivitalizza quelli secchi (24 faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco); e conclude che farà ciò che dichiara (24 Io, il Signore, ho parlato e lo farò). Dio fa l'applicazione al popolo di Israele: aveva nel passato innalzato Davide ed esteso il suo regno e lo aveva difeso per oltre 300 anni, sperando che rispettasse l'alleanza; ciò non era avvenuto e così Dio aveva consentito la distruzione del regno del Nord nel 721 dagli Assiri e di quello del Sud nel 587 dai Babilonesi. Ma ora promette di ricostituire un regno grande, anzi universale, partendo da Gerusalemme, sotto un discendente di Davide: si tratta del Regno di Dio, che Gesù realizza con la sua predicazione e con la sua opera redentrice. Gesù garantisce la diffusione del Regno anche dopo la sua ascensione al Cielo, perché accompagna personalmente gli Apostoli di tutti i tempi e di tutti i luoghi (Mt 28,20) e ne sostiene l’attività (Mc 16,20) e anche lo Spirito Santo (At 1,8; e passim) fa altrettanto. Ogni credente è chiamato a collaborare alla diffusione del Regno di Dio, secondo la propria vocazione: testimonierà con la vita cristiana con la parola coraggiosamente la sua fede e il suo amore a Gesù.

III - 2Corinzi 5,6-10 1. Per ora la nostra anima è unita al nostro corpo (6 finché abitiamo nel corpo); viviamo su questa terra e dobbiamo tenere conoscere  e amare il Signore per mezzo della ragione, cercandolo nelle creature, e per mezzo della fede (7camminiamo infatti nella fede); poiché non lo vediamo faccia a faccia (6 e non nella visione), ci sentiamo lontano del Signore (6), come in esilio (6), lontani dalla patria e da casa. In realtà la nostra patria è il cielo, dove Dio ci ha pensato e amato da tutta l’eternità, e quindi in qualche modo ci ha concepito nella sua mente e nel suo cuore (Fil 3,20); lì avremo Dio vicino (8  abitare presso il Signore) e lo vedremo faccia a faccia (cfr 6; cfr 1Cor 13,12). E allora, sapendo (6) questo, ci conviene piuttosto preferire di lasciare questa vita (8 preferiamo andare in esilio dal corpo) e andare a stare nella intimità eterna con Dio, giacché abbiamo fiducia (6 sempre pieni di fiducia; 8 siamo pieni di fiducia) nella sua infinita misericordia per noi. Tuttavia, per vivere con Dio nell’eternità, è necessario fare quello che piace al Signore, mentre siamo su questa terra, e poi continueremo a fare lo stesso in cielo (9 Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi). Credo; qui siamo in una valle di lacrime, di sofferenze più o meno continue, che ci provochiamo da noi o che ci vengono dagli altri; siamo insidiati dal diavolo, dal mondo e dalla carne, col rischio che nella ricerca dei beni parziali e provvisori perdiamo il Bene assoluto ed eterno che è Dio; supplichiamo i cuori di Gesù, Maria Giuseppe con la breve preghiera: “Gesù Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l'anima mia, assistetemi nell’ultima agonia, spiri in pace con voi l’anima mia”. Diciamo con devozione alla Vergine: “prega per noi peccatori adesso e nell'ora della nostra morte”, e “mostraci dopo questo esilio Gesù”; manteniamoci in grazia di Dio; confessiamoci bene e con frequenza.

2. San Paolo conclude questa sezione con un'affermazione chiarissima: alla fine della vita di ciascuno l’anima si separa dal corpo a causa della morte e ci presentiamo ciascuno al cospetto di Cristo per rendere conto della nostra vita ed essere giudicati su quello abbiamo fatto mentre l'anima era unita al corpo: il giudizio di Gesù verterà su quello che abbiamo fatto di bene e su quello che abbiamo fatto di male: (10 Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male). Per essere più precisi: se moriremo in amicizia col Signore, cioè senza aver commesso peccati gravi, o avendone avuto il perdono, e se abbiamo fatto penitenza completa di tutti i nostri peccati e imperfezioni, allora il Signore con grande gioia ci porterà in paradiso.  Se invece abbiamo qualche peccato, di cui non abbiamo fatto penitenza completa, Gesù ci accoglierà come salvati, ma ci manderà a espiare i nostri peccati in un luogo di purificazione, il Purgatorio. Quelli che morranno nella inimicizia col Signore, cioè con peccati gravi, di cui non si sono voluti pentire o non hanno avuto il tempo di pentirsi per loro trascuratezza, con grande dispiacere del Signore andranno all'inferno. La morte c'è per tutti: ignoriamo la data e l'ora, il luogo e il come della nostra morte; conviene essere sempre preparati. Saremmo pazzi a mettere a rischio la salvezza eterna, dopo tutto quello che il Signore ha fatto per noi, col rimandare la conversione e la confessione: appena commettiamo per somma nostra disgrazia un peccato grave, pentiamoci immediatamente con un atto di dolore di amore perfetto e confessiamoci appena possiamo, al più presto.

EUCARISTIA: Dio si serve delle cose ordinarie per fare cose grandi: si serve degli uomini per diffondere il suo Regno; Gesù si serve del pane e del vino pper trasformarli nel suo Corpo e Sangue e renderci capaci di fare cose grandi uniti a Lui. Preghiamo la Vergine SS. e S. Giuseppe, i nostri Angeli Custodi e Santi Patroni di ottenerci di essere docili strumenti nelle mani di Dio per consentirgli di fare cose grandi attraverso di noi. (mons. Francesco Spaduzzi)

Spunti di riflessione per l'omelia della 4.a Domenica del Tempo Pasquale

Spunti di riflessione per l'omelia della 4.a Domenica del Tempo Pasquale

Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per l’omelia

giovedì 19 aprile 18:11 Cultura

Tempo Pasquale Domenica 4 B

I  - Giovanni 10, 11-18 1. Gesù dice di sé che è il Buon Pastore (11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore…; 14 Io sono il buon pastore) e dà subito come segno del suo essere il pastore generoso e ideale, della sua carità pastorale, il fatto che Egli è disposto a dare la vita per le pecore (11 Il buon pastore dà la propria vita per le pecore; 15 e do la mia vita per le pecore; 17 perché io do la mia vita; 18 io la do da me stesso), cioè per amore dell'umanità Egli è disposto a dare veramente tutto se stesso: questo rivela che l'amore di Gesù per gli uomini è realmente senza limiti. (a) A proposito di questa sua disponibilità a dare la vita, Gesù sottolinea che il Padre Lo ama per questo (17 Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita): l’amore di Gesù per gli uomini attira lo sguardo e l'amore del Padre su Gesù, e ovviamente deve attirare lo sguardo e l'amore degli uomini per Gesù. Gesù aggiunge che dal Padre ha ricevuto il comando di essere obbediente fino alla morte (18 Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio; cfr Fil 2,8), comando che Egli accetta con pieno amore e docilità (Gv 14,31). (b) Gesù sottolinea inoltre che dipende solo da Se stesso, dalla sua piena libertà e consapevolezza, di dare la vita, e non dipende dagli uomini o dalle circostanze (18 Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla) ed Egli la può riprendere di sua iniziativa quando vuole (17 per poi riprenderla di nuovo; 18 e il potere di riprenderla di nuovo). Ammiriamo Gesù buon Pastore e la sua generosità nel vivere e morire per noi; ringraziamoLo e chiediamo di imitare i sentimenti del suo Cuore, in particolare l'amore al Padre e all'umanità, e di consumare la nostra vita per Dio e le anime, giorno per giorno, come ha fatto Gesù fino alla fine.

2. Gesù aggiunge un'altra caratteristica di sé come Buon Pastore: (a) (14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me), e cioè la conoscenza reciproca con le pecore, che ha come paragone, modello, fondamento e causa, la conoscenza reciproca che c'è fra il Padre e il Figlio (14 così come il Padre conosce me e io conosco il Padre). Subito dopo Gesù parla dell'amore che il Padre ha per Lui, giacché Egli ama gli uomini fino a dare la vita per loro (17); questo serve a ricordarci anche che per i semiti “conoscere” implica sempre anche l'amore e quindi Gesù afferma che profonda ed estesa è la comunione che Lo unisce al Padre e agli uomini. L’amore mutuo, che lo unisce al Padre, si irradia verso gli uomini per renderli partecipi della Loro comunione di vita divina. La morte di Gesù rappresenterà il culmine della manifestazione del suo amore per il mondo (Gv 15,13) e anche la piena manifestazione della bontà del Padre Gv 3,16). Chiediamola questa comunione con Gesù e attraverso di Lui col Padre e lo Spirito Santo, ma anche la comunione coi fratelli di fede. (b) Gesù mette in risalto che la sua missione di salvezza non si limita ai soli Ebrei ma si estende anche ai pagani, a tutta l'umanità (16 E ho altre pecore che non provengono da questo recinto): Egli deve prendersi cura anche di questi uomini, li deve guidare alla casa del Padre, proponendo loro la Parola di Dio, che essi ascolteranno e formeranno un solo popolo di Dio sotto un solo pastore (16 anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore): l'unità della Chiesa, nuovo popolo di Dio, è frutto dell'unica fede in Cristo. Noi, che non siamo ebrei, siamo indicati in queste parole di Gesù e dobbiamo ascoltarle con profonda gratitudine verso Gesù e impegnarci a condividere la stessa preoccupazione e la stessa responsabilità di Gesù per tutti gli uomini. (c) Gesù contrappone se stesso Buon Pastore al mercenario, che non è veramente pastore e non è il padrone delle pecore (12 Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono) e che quindi non ha interesse per le pecore (13 perché è un mercenario e non gli importa delle pecore) e che perciò, in caso di pericolo, abbandona il gregge e scappa, consentendone la strage e la dispersione (12 vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde). I pastori buoni devono seguire l'esempio di Gesù e difendere i fedeli, anche a costo di dare la vita per loro. Ammiriamo Gesù Buon Pastore e la comunione di amore e di vita, che realizza con i fedeli, e anche la sua volontà di prendersi cura di tutti gli uomini. Apprezzeremo di più Gesù e i buoni pastori, confrontandoli con i cattivi pastori e mercenari. Prendiamo a cuore la sorte eterna dei nostri fratelli di tutto il mondo, alimentando in noi lo spirito missionario.

II - Atti 4, 8-12. Pietro, accompagnato da Giovanni, ha guarito uno storpio nel Tempio (Atti 3, 1-9) e annuncia la potenza di Gesù Risorto (At 3, 10-26), ma vengono arrestati e tenuti in prigione per una notte (At 4,1-5); al mattino vengono interrogati dai capi del Sinedrio (At 4,6-7) e Pietro, ormai pieno di Spirito Santo dalla Pentecoste in poi e sostenuto dallo stesso Spirito, con coraggio risponde loro e agli anziani (8 Allora Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: Capi del popolo e anziani); essi avevano domandato nel nome di chi o per mezzo di chi era stato realizzato il miracolo della guarigione dello storpio (9 visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato), fatto strepitoso e notorio innegabile (At 4,16), per dichiarazione degli stessi nemici degli Apostoli. Pietro afferma che capi e popolo devono sapere questo fatto (10 sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele), che per l'invocazione del nome di Gesù e per la sua autorità lo storpio è stato guarito (10 nel nome di Gesù Cristo il Nazarenocostui vi sta innanzi risanato). I capi sono responsabili dell’assassinio di Gesù (10 che voi avete crocifisso) e lo hanno considerato come pietra di scarto, come elemento non importante (11 Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori), ma Dio lo ha risuscitato dai morti (10) e quindi l'ha costituito elemento fondamentale nella costruzione del nuovo Tempio e del nuovo Popolo di Dio (11 e che è diventata la pietra d’angolo; cfr Sal 118,22). Pietro proclama che la salvezza viene solo per mezzo di Gesù (12 In nessun altro c’è salvezza) e solo per l'invocazione del suo Nome qui sulla Terra gli uomini possono essere salvati (12 non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati). Pietro annuncia la Parola di Dio l’influsso dello Spirito Santo; ma anche sotto l’influsso del medesimo Spirito erano i capi, che non vollero credere; sotto l'influsso dello Spirito siamo anche noi, che ascoltiamo la medesima Parola di Dio, e invece vogliamo credere, vogliamo essere salvati per mezzo di Gesù. I capi (10) e noi abbiamo crocifisso Gesù (Eb 3,6) con i nostri peccati, ma per la fede in Cristo ci convertiamo e ci incamminiamo verso la salvezza col pentimento e i sacramenti. Cristo è presente nell'Eucaristia come vittima di espiazione dei peccati (1Gv 2,2) e per mezzo di lui otteniamo misericordia dal Padre.

III - 1Giovanni 3,1-2 1. Noi siamo chiamati figli di Dio e lo siamo realmente (1 per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!); in realtà noi fin da ora siamo figli di Dio (2 Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio); lo dobbiamo al Padre, che ci ha voluti tale, e al Figlio che ci ha redenti e si è fatto uomo proprio per farci figli adottivi di Dio (Gal 4,5) e allo Spirito santo, che ci fa figli di Dio per mezzo della fede e del battesimo (Rm 8,16-17; Gal 4,6). Sappiamo che siamo figli di Dio, ma ci sfugge in che cosa ciò consista esattamente, perché non abbiamo la piena conoscenza di Dio: adesso lo conosciamo grazie alla ragione, e quindi per analogia attraverso le creature, e grazie alla fede, e quindi non ancora per la visione diretta; così anche non c'è stato ancora rivelato (2) ciò che saremo (2); quando saremo nell'eternità vedremo e capiremo e gusteremo. Per ora intuiamo e supponiamo, partendo da ciò che sappiamo già per la Rivelazione. In effetti sappiamo che quando il Padre o Gesù o la Trinità si manifesterà pienamente a noi nell'eternità (2 Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato), noi vedremo Padre e Figlio e Spirito Santo così come sono in se stessi. Questa contemplazione di Dio ci farà diventare simile a Lui (2 noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è). La contemplazione di Dio nell’eternità ci assimila a Dio, ci comunica Dio stesso, ci divinizza. Questo processo di divinizzazione in realtà inizia già adesso con la fede, che ci fa condividere il modo di pensare di Dio, e con la carità, che ci fa condividere il modo di amare di Dio, e con i sacramenti, che ci inseriscono nel Corpo di Cristo come membra vive, per cui diventiamo partecipi della Natura Divina (2 Pt 1,4); quanto più meditiamo e contempliamo il Cristo, come appare dalla rivelazione nella S. Scrittura, tanto più Gli rassomigliamo. Credo! adoro, ringrazio, lodo, gusto.

2. Pensando a quel che già capiamo dell'essere figli di Dio, possiamo già percepire, ma non totalmente, quanto è grande nella quantità e nella qualità l'amore di Dio per noi (1 Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre). Dio non si è limitato a crearci, ma ci ha ricreati, consegnando suo Figlio alla morte per noi (Gv 3,16), per farci suoi figli! Noi non riusciamo a capire l'amore di Dio per noi e che cosa significhi essere figli di Dio, e ancora meno lo capiscono quelli del mondo, perché non conoscono Dio (1 Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui) e neanche possono conoscere né il Padre né il Figlio né lo Spirito Santo. Non ci dobbiamo meravigliare se il diavolo, quelli che si schiavizzano alla mentalità mondana o si abbandonano alle tendenze cattive, cioè il mondo e la carne, ci attaccano e ci maltrattano: ciò avviene o perché sono gelosi di noi, come nel caso del diavolo, o non ci capiscono come il mondo e la carne. Non ci stanchiamo mai di riflettere e gustare queste verità e realtà meravigliose, che rivelano tutto l’amore di Dio per noi.

Nell’Eucaristia incontriamo Gesù Buon Pastore, che continua a prendersi cura del suo gregge: (a) offre se stesso, nella prima parte della Messa, nella Liturgia della Parola che come Maestro continua ad annunciare e nel buon esempio che ci dà; e (b) soprattutto nella seconda parte della Messa offre se stesso al Padre in espiazione dei nostri peccati e a noi come cibo e bevanda per la vita eterna e per rafforzare il nostro legame col Padre come figli, con Gesù come fratelli e membra del suo Corpo Mistico e con lo Spirito Santo come ospiti e amici e sposa. Preghiamo la Vergine Maria e S. Giuseppe, i nostri Angeli Custodi e Santi Patroni che ci ottengano la grazia di credere e gustare e vivere queste realtà.

mons. Francesco Spaduzzi