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Un pensiero al giorno

18 febbraio - Santa Geltrude (Gertrude) Comensoli - Titolo: Fondatrice

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Bastamare Notizie

Omelie e Preghiere

Tempo Ordinario: Domenica 25 dell'Anno A

Nota introduttiva: Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per la  preghiera e meditazione personale e l’omelia. Sono graditi suggerimenti per rendere più utili queste riflessioni (mons. Francesco Spaduzzi,  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )

Tempo Ordinario: Domenica 25 dell'Anno A

I -  Matteo 20,1-16 - Gesù racconta nella parabola che nel Regno di Dio avviene qualcosa di simile a quello che succede a un padrone di casa e di vigna, un proprietario, che all'alba va alla piazza della porta della città, per prendere i lavoratori da mandare nei suoi campi per 12 ore (1 Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna). Ci va 5 volte. Alle 6 va e contratta con quelli che trova la paga della giornata, un danaro. E li manda nei campi (2 Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna). Calcoliamo in €60, 5 euro all’ora, quel che serviva per mantenere la famiglia per un giorno. Poi esce alle 9 e ne trova altri (3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati,) e li manda nella vigna con l’impegno di dar loro ciò che è giusto (4 e disse loro: “Andate anche voi nella vigna;  quello che è giusto ve lo darò”), ed essi accettarono la proposta (5 Ed essi andarono); il giusto sarebbe la somma di 45 euro. Esce ancora alle 12 e poi alle 15 e manda operai alla vigna (5 Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto); esce l'ultima volta alle 17 e domanda a questi, che non c'erano prima, perché non hanno lavorato (6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”), ed essi rispondono che non sono stati presi da nessuno (7 Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”); e li manda a lavorare (7 Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”); la giusta paga sarebbe di euro 5. E’ chiaro che il padrone della parabola rappresenta Dio; notiamo la bontà di Dio, che chiama nei momenti più diversi della vita. Quelli che rispondono più tardi alla chiamata di Dio hanno rifiutato di farlo prima: il buon Ladrone si converte all’ultima ora; il giorno di Pentecoste si convertono quelli che avevano rifiutato di credere a Gesù prima della sua morte e resurrezione… Dio vuole salvare proprio tutti e perciò ha consegnato il Figlio alla morte per noi. La chiamata è per entrare nel Regno di Dio, ma poi bisogna perseverare fino alla morte. Nessuno è escluso dalla chiamata ma la debolezza morale, le delusioni della vita, le sofferenze, la mentalità materialistica o laicistica… portano alcuni a rifiutare Dio che chiama; alcuni poi si illudono che si sta meglio nella libertà sfrenata del mondo e meno bene con Dio, ma presto sono costretti a rendersi conto che le creature limitate non possono riempire il desiderio di infinito, che c’è nel cuore dell’uomo, e che vale la pena stare col Signore dall’inizio.

2. A sera il padrone dice al fattore di pagare gli operai, incominciando da quelli dell'ultima ora (8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”); essi ricevono un denaro (9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro). Ciò crea in quelli della prima ora l'aspettativa che riceveranno di più (10 Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più) e invece la paga per essi è solo un denaro (10 Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro). Essi mormorano contro il padrone (11 Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone), facendo notare che hanno ricevuto la stessa paga quelli che hanno faticato tutta la giornata e quelli che hanno lavorato solo un'ora (12 dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”). A chi protesta più forte o più vicino a lui, il padrone replica che l’ha trattato rispettando la giustizia, perché tanto ha pattuito (13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro?) e, perciò, lo invita a prendere ciò che era suo diritto e andarsene (14 Prendi il tuo e vattene). E se il padrone vuole dare a tutti quanto ha  dato a lui (14 Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te), ha diritto di usare i suoi beni come ritiene opportuno (15 non posso fare delle mie cose quello che voglio?); e il contestatore non deve essere invidioso della bontà del padrone (15 Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?). In effetti il padrone si mostra giusto con i lavoratori della prima ora e misericordioso con gli altri, perché consente a tutti gli operai di mangiare e di dar da mangiare alla propria famiglia. Gesù racconta la parabola per dire agli Ebrei che essi sono gli operai della prima ora, perché chiamati per primi a entrare nel Regno di Dio, ma non hanno diritto di protestare contro Dio, che chiama a tutte le ore nel suo Regno, per poter offrire a tutti la salvezza. Dopo essere entrati nel Regno, occorre perseverarvi, facendo la volontà di Dio. Ebrei e Pagani sono salvati allo stesso modo per la fede in Cristo e la carità, se perseverano; saranno lasciati fuori allo stesso modo se si allontanano dal Regno per i loro peccati. Comunque per gli Ebrei Dio ha mostrato una preferenza speciale perché li ha chiamati 18 secoli prima degli altri. Paolo precisa che in realtà tutti sono salvati dalla misericordia di Dio, perché anche gli Ebrei hanno peccato e si sono ribellati a Dio (Rm 11,32). In effetti tutti siamo peccatori e abbiamo bisogno della misericordia di Dio. Anche alcuni cristiani devono stare attenti a non protestare come gli Ebrei: si lamentano della misericordia, che Dio per i grandi peccatori che si convertono o per quelli che si convertono all’ultima ora. Dobbiamo invece gioire per la loro conversione come si gioisce in Cielo (Lc 15,7-10). In ogni caso dobbiamo noi adeguare il nostro modo di pensare a quello di Dio  (Is 55,8-9) e non viceversa, anche quando è incomprensibile e succede l’inatteso: Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi (16).

II - Isaia 55,6-9 - Dio per mezzo del profeta ordina di cercare e invocare il Signore mentre disposto a farsi trovare, anzi è vicino (6 Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino); perciò non abbiamo bisogno di salire in cielo per trovarlo né di gridare per farci sentire: se siamo in amicizia con lui, egli è dentro di noi; se non siamo in grazia di Dio, è vicino e sta bussando per entrare. In effetti egli si aspetta che l’irreligioso e il malvagio mettano da parte i loro pensieri sbagliati e lascino la strada del peccato (7 L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri), si pentano e si convertano, tornando a Dio, infinitamente misericordioso e che perdona tutti i nostri peccati (7 ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona). Ascoltiamo questo invito del Signore, che ci ama e ha mandato i Profeti nell’AT e il Figlio stesso nel NT per invitarci a lasciarci salvare. (b) Dobbiamo stare attenti a non voler attribuire a Dio infinito il nostro modo di pensare limitato (8 Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri) e al Creatore i nostri limiti di creature nell’agire (8 le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore), perché il modo di pensare e amare e agire di Dio è trascendente rispetto a quello delle creature come il cielo è distante dalla terra (9 Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri  sovrastano i vostri pensieri). Così mai dobbiamo attribuire a Dio atteggiamenti vendicativi per i nostri peccati, perché Egli è infinita misericordia e tale si presenta; perciò è sempre disposto a perdonare al peccatore che si pente e a mettergli a disposizione la sua onnipotenza per portarlo alla vittoria sul male.

III - Filippesi 1,20c-24-27 – (a) Paolo è certo che Dio glorificherà Gesù nella propria persona e vita e morte (20 Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia), perché egli sa di essere unito a Gesù per fede, speranza e carità, e vive della stessa vita, che Cristo gli comunica (Gal 2,20); perciò ogni situazione è indirizzata alla gloria di Cristo, a conoscerlo, amarlo e servirlo e a farlo conoscere, amare e servire. Per Paolo è Cristo sorgente di vita (21 Per me infatti il vivere è Cristo) e non solo la vita ma anche la morte si risolve in un vantaggio (21 e il morire un guadagno), perché gli consente di arrivare all'unione perfetta con Cristo, per mezzo della visione facciale, che sostituisce la fede. Paolo sa che, se resta in questo mondo, fa cosa utile per i fedeli, perché li aiuta a incontrare il Cristo (22 Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto), grazie al suo apostolato; e allora si sente diviso tra due desideri (23 Sono stretto infatti fra queste due cose) e non sa che cosa scegliere (22 non so davvero che cosa scegliere): da una parte nutre il desiderio di morire per andare a stare con Cristo nella visione facciale, nel paradiso (23 ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo) - e questo ritiene il meglio per lui (23 il che sarebbe assai meglio); d’altra parte avverte la necessità di restare qui e fare apostolato tra i fedeli (24 ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo) per conservarli a Cristo e fra gli infedeli per portarli a Cristo. Frutto del suo apostolato è anche aiutarli a comportarsi secondo l'insegnamento del Vangelo (27 Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo). Se noi vivessimo la nostra vita, lasciandoci guidare dai pensieri di Paolo (la sua fede), e dal suo stile di vita (la sua carità), certamente godremmo la stessa effervescenza spirituale, saremmo più felici, e la nostra vita sarebbe più utile anche agli altri.

EUCARESTIA. Dio ci chiama con la sua Parola in tanti modi e in modo esplicito nella Parola dell’Eucarestia. Il primo invito che ci fa è alla conversione e perciò chiediamo perdono dei nostri peccati all’inizio della celebrazione. E comunque il nostro orientamento verso Dio deve diventare sempre più profondo, proprio grazie a una risposta sempre più generosa agli inviti di Dio. Preghiamo la Madonna e S. Giuseppe, gli Angeli Custodi e i nostri Patroni, di ottenerci che camminiamo verso Dio senza tentennamenti. (mons. Francesco Spaduzzi)

Tempo Ordinario: Domenica 24 dell'Anno A

Nota introduttiva: Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per la  preghiera e meditazione personale e l’omelia. Sono graditi suggerimenti per rendere più utili queste riflessioni (mons. Francesco Spaduzzi,  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )

Tempo Ordinario: Domenica 24 dell'Anno A

1 - Matteo 18,21-35 - 1. Gesù parla di perdono al fratello che ci offende e Pietro Gli pone la domanda quante volte è obbligato a perdonare (21 Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?): in effetti si discuteva nelle scuole ebraiche quante volte si doveva perdonare e si era arrivati alla conclusione che tre volte era il numero giusto. Pietro, intuendo il pensiero di Gesù, che si mostra sempre particolarmente generoso quando si tratta di amare il prossimo, propone il numero sette, raddoppiando con generosità (21 Fino a sette volte?). Ma la risposta di Gesù va oltre ogni aspettativa: E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (22); Egli indica un numero, che riprende quello di Pietro e lo moltiplica per se stesso e ancora per 10, cioè 490: è come se Gesù dicesse che bisogna perdonare sempre. Altrove Gesù dice che dobbiamo perdonare chi ci offende e chiede perdono: Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli (Lc 17,3), anche se capitasse 7 volte al giorno: E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai (Lc 17,4). Nel Padrenostro Gesù ci insegna a pregare: rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12); chiediamo perdono nella misura in cui perdoniamo. È come se pregassimo: “Padre, 1. se non perdono niente a nessuno, non perdonami niente; 2. se perdono poco, perdonami poco; 3. se perdono molto, perdonami molto; 4. se perdono tutto, perdonami tutto”. Perdonare significa non serbare rancore e amare sempre, anche i nemici, e quelli che ci fanno del male; perdonare non significa non difendersi: può diventar necessario anche mettere distanze psicologiche e fisiche da chi ci fa del male, e addirittura anche ricorrere alla legge dello Stato per tutelare i nostri diritti, ma sempre con amore e senza rancore. Attenti anche a evitare di parlare male di chi ci ha danneggiato: se inventiamo cose negative sugli altri, commettiamo peccato di calunnia; se diciamo cose vere, è peccato di detrazione; possiamo dire verità negative sugli altri solo se c’è un motivo serio, per esempio per evitare che una persona malvagia faccia danno a chi non la conosce. Quanta serenità gode la persona che perdona tutto al prossimo e sa di avere il perdono totale da Dio! Il modello da seguire è Dio, che sempre ci perdona quando gli chiediamo perdono, purché riconosciamo che abbiamo peccato, ci pentiamo e facciamo il proposito di non peccare più e di riparare – se possibile - il male fatto.

2. (a) Gesù per far capire che è necessario perdonare ai fratelli in considerazione del perdono che Dio dà a noi, racconta questa parabola, nella quale si dice che avviene nel Regno di Dio qualcosa di simile a ciò che succede in questo mondo a un re, che vuole sistemare i conti con i suoi servi (23 Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi). Gli si presenta uno che ha contratto con lui un debito enorme di 10 mila talenti (24 Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti). Questa somma corrispondeva alla paga di un operaio per 200 mila anni! Impossibile pagarlo! Il padrone, che è anche il re, ordina quello che si faceva a quei tempi in questi casi: il carcere e la confisca di tutti i beni e la vendita del debitore con la sua famiglia (25 Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito). Grandissima la disperazione dell’uomo al pensiero di perdere tutti i beni e di finire in schiavitù con la sua famiglia. Prega e promette una cosa praticamente impossibile, cioè che restituirà il debito (26 Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”). Il re fa finta di credergli e accetta la promessa; in realtà poi gli condona tutto il debito (27 Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito). C’è solo da ammirare la bontà del re-padrone nel condonare il debito grandissimo e guardiamoci dall'incoscienza del debitore, che è arrivato ad accumulare un debito così alto. Grandissima ora la felicità del debitore condonato. Pensiamo alla infinita bontà di Dio, che ci perdona peccati gravissimi e recriminiamo la nostra cattiveria e ignoranza e stupidità nel peccare. b) Il debitore condonato incontra un servo come lui che gli deve una somma, che corrisponde al salario di un operaio per 3 mesi. Lo afferra per il collo e gli ingiunge la restituzione (28 Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”). Il poveretto lo prega con le stesse parole e atteggiamento, con cui il suo creditore aveva pregato il re (29 Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”; cfr 26); ma il collega non ne vuole sapere e lo fa gettare in prigione (30 Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito). È impressionante la crudeltà, l’insensibilità, la cattiveria di quest’uomo, la sua corta memoria del beneficio ricevuto pochi minuti prima: per una somma così piccola (3 mesi di salario), costui fa gettare in carcere un suo compagno! Lui che ha ricevuto il condono di 200 mila anni di salario!

3. Il padrone viene avvertito di quanto è avvenuto (31 Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto); convoca il debitore e gli rinfaccia il debito condonato (32 Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato) e la crudeltà del suo comportamento con il collega, che gli doveva così poco (33 Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”). Il re sdegnato lo getta in carcere, ritira il condono ed esige la restituzione del debito (34 Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto). Ci interessa molto l'applicazione che ne fa Gesù: Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello (35). Certo non vuol dire che Dio prima perdona i peccati e poi ritira il perdono.  Ma ci avverte che è enorme il debito che noi abbiamo contratto con Lui a causa dei nostri peccati e piccolo è il debito che gli altri hanno con noi per le offese che ci fanno. Poiché Dio perdona a noi offese enormi, tanto più noi dobbiamo perdonare le piccole offese, che riceviamo dagli altri. Se noi non siamo generosi nel perdonare, Dio farà altrettanto con noi. Esaminiamoci e correggiamoci.

II - Siracide 27,30-28,7 - A tutti capita di ricevere un offesa (2) dal prossimo. In modo spontaneo esplodono nell’uomo l’ira (30) e la collera (3), che vengono protratte nel tempo (3 Un uomo che resta in collera verso un altro uomo), e il rancore (30), che anche si fa durare (5 conserva rancore); questi sentimenti sono disgustosi agli occhi di Dio (30 Rancore e ira sono cose orribili) e rodono il cuore di queste persone, che sono peccatori (30 e il peccatore le porta dentro); il peccatore  rifiuta di perdonare e dimostrare misericordia (4 Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile) e arriva fino a vendicarsi (1 Chi si vendica) dell'offesa ricevuta. Dio invece  vuole che perdoniamo perché abbiamo a che fare col prossimo (2 Perdona l’offesa al tuo prossimo), uomo come noi (3 verso un altro uomo), e nostro simile (4 per l’uomo suo simile); oltre tutto pure noi siamo peccatori (30) e deboli creature umane (5 Se lui, che è soltanto carne). Se non perdoniamo, è inutile la nostra preghiera per ottenere la guarigione (3 come può chiedere la guarigione al Signore?) e chiedere il perdono dei nostri peccati (4 come può supplicare per i propri peccati?), perché non ci sarà chi possa espiarli (5 chi espierà per i suoi peccati?): così andremo incontro alla vendetta e alla punizione di Dio, che non dimenticherà mai i nostri peccati (1 subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati). Questi pensieri devono aiutarci a non conservare odio e rancore, a non vendicarci delle offese ricevute e a perdonare. Ma Dio aggiunge altri consigli per aiutare a dimenticare le offese (7 e dimentica gli errori altrui) e a eliminare l'odio dal nostro cuore (6 e smetti di odiare; 7 e non odiare il prossimo): ricordiamoci che dobbiamo morire (6 Ricordati della fine,… della dissoluzione e della morte) e che i precetti di Dio sono elementi integranti dell'Alleanza di Dio con il suo popolo (7 Ricorda i precetti,… l’alleanza dell’Altissimo); se faremo questo otterremo il perdono dei peccati passati per le nostre preghiere (2 e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati) e Dio ci concederà di essere fedeli ai suoi comandamenti (6 e resta fedele ai comandamenti), che ordinano l'amore a Dio e al prossimo e il perdono reciproco e generoso come Lui ci dà con misericordia il perdono. Noi  sappiamo che Dio ci dà la fedeltà per i meriti di Gesù Cristo, che ci ha offerto l'esempio in tutto.

III - Romani 14,7-9 - Dio ci ha creati, ci conserva e concorre alle nostre azioni, sul piano naturale: dipendiamo totalmente da Dio, siamo totalmente di Dio; ancora più sul piano soprannaturale la vita divina ci viene dalle Padre per mezzo del Cristo nello Spirito Santo: la Trinità ci concede di perseverare nella grazia e ci dona le grazie attuali; perciò anche per questo dobbiamo concludere e riconoscere sempre che siamo incessantemente del Signore qualsiasi cosa facciamo, sia in vita che in morte (8 perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore). Veniamo dal Signore, siamo del Signore, andiamo al Signore: nostro fine non siamo noi ma è il Signore (7 Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso). Ciò significa che dobbiamo vivere per la gloria di Dio e la nostra salvezza, cioè per conoscere, amare e servire Dio e farlo conoscere, amare e servire dagli altri e così consentire a Dio di salvare noi e i nostri fratelli. Il nostro modello e sorgente di vita divina è Gesù, il quale è venuto in mezzo a noi ed è morto e risorto per strapparci al peccato e al diavolo e farci resuscitare a vita nuova (9 Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi), per farci diventare suoi (di Cristo cfr. Rm 8,9; 1Cor 3,23) e, per mezzo di lui, della Trinità (8 Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore); così vivremo la nostra vita tutta per Dio. Rinnoviamo la nostra fede e rafforziamo le nostre convinzioni circa questa verità, che è il principio e fondamento della nostra esistenza naturale e soprannaturale; fissiamo il nostro sguardo su Gesù e Maria e Giuseppe e conformiamoci a loro per poter vivere e morire interamente di Dio, per andare poi a stare con la Trinità per tutta l’eternità. Supplichiamo per avere questa grazia.

EUCARESTIA. Prima della Messa chiediamo perdono dei peccati e in seguito ci scambiamo il segno di pace per indicare anche il perdono reciproco che ci diamo; inoltre offriamo Gesù presente col suo sacrificio, che è anche espiatorio dei nostri peccati. Nella comunione eucaristica ci uniamo intimamente a Gesù, che ci comunica la sua capacità di amare il prossimo, anche i nemici. Preghiamo la Vergine SS. e S. Giuseppe, gli Angeli Custodi e i Santi Patroni, che ci ottengano la grazia di vivere la Messa anche come mezzo per superare tutte le divisioni, che i nostri peccati creano fra di noi e con gli altri. (mons. Francesco Spaduzzi)

Tempo Ordinario: Domenica 24 dell'Anno A

Nota introduttiva: Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per la  preghiera e meditazione personale e l’omelia. Sono graditi suggerimenti per rendere più utili queste riflessioni (mons. Francesco Spaduzzi,  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )

Tempo Ordinario: Domenica 24 dell'Anno A

1 - Matteo 18,21-35 - 1. Gesù parla di perdono al fratello che ci offende e Pietro Gli pone la domanda quante volte è obbligato a perdonare (21 Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli?): in effetti si discuteva nelle scuole ebraiche quante volte si doveva perdonare e si era arrivati alla conclusione che tre volte era il numero giusto. Pietro, intuendo il pensiero di Gesù, che si mostra sempre particolarmente generoso quando si tratta di amare il prossimo, propone il numero sette, raddoppiando con generosità (21 Fino a sette volte?). Ma la risposta di Gesù va oltre ogni aspettativa: E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (22); Egli indica un numero, che riprende quello di Pietro e lo moltiplica per se stesso e ancora per 10, cioè 490: è come se Gesù dicesse che bisogna perdonare sempre. Altrove Gesù dice che dobbiamo perdonare chi ci offende e chiede perdono: Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli (Lc 17,3), anche se capitasse 7 volte al giorno: E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai (Lc 17,4). Nel Padrenostro Gesù ci insegna a pregare: rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12); chiediamo perdono nella misura in cui perdoniamo. È come se pregassimo: “Padre, 1. se non perdono niente a nessuno, non perdonami niente; 2. se perdono poco, perdonami poco; 3. se perdono molto, perdonami molto; 4. se perdono tutto, perdonami tutto”. Perdonare significa non serbare rancore e amare sempre, anche i nemici, e quelli che ci fanno del male; perdonare non significa non difendersi: può diventar necessario anche mettere distanze psicologiche e fisiche da chi ci fa del male, e addirittura anche ricorrere alla legge dello Stato per tutelare i nostri diritti, ma sempre con amore e senza rancore. Attenti anche a evitare di parlare male di chi ci ha danneggiato: se inventiamo cose negative sugli altri, commettiamo peccato di calunnia; se diciamo cose vere, è peccato di detrazione; possiamo dire verità negative sugli altri solo se c’è un motivo serio, per esempio per evitare che una persona malvagia faccia danno a chi non la conosce. Quanta serenità gode la persona che perdona tutto al prossimo e sa di avere il perdono totale da Dio! Il modello da seguire è Dio, che sempre ci perdona quando gli chiediamo perdono, purché riconosciamo che abbiamo peccato, ci pentiamo e facciamo il proposito di non peccare più e di riparare – se possibile - il male fatto.

2. (a) Gesù per far capire che è necessario perdonare ai fratelli in considerazione del perdono che Dio dà a noi, racconta questa parabola, nella quale si dice che avviene nel Regno di Dio qualcosa di simile a ciò che succede in questo mondo a un re, che vuole sistemare i conti con i suoi servi (23 Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi). Gli si presenta uno che ha contratto con lui un debito enorme di 10 mila talenti (24 Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti). Questa somma corrispondeva alla paga di un operaio per 200 mila anni! Impossibile pagarlo! Il padrone, che è anche il re, ordina quello che si faceva a quei tempi in questi casi: il carcere e la confisca di tutti i beni e la vendita del debitore con la sua famiglia (25 Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito). Grandissima la disperazione dell’uomo al pensiero di perdere tutti i beni e di finire in schiavitù con la sua famiglia. Prega e promette una cosa praticamente impossibile, cioè che restituirà il debito (26 Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”). Il re fa finta di credergli e accetta la promessa; in realtà poi gli condona tutto il debito (27 Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito). C’è solo da ammirare la bontà del re-padrone nel condonare il debito grandissimo e guardiamoci dall'incoscienza del debitore, che è arrivato ad accumulare un debito così alto. Grandissima ora la felicità del debitore condonato. Pensiamo alla infinita bontà di Dio, che ci perdona peccati gravissimi e recriminiamo la nostra cattiveria e ignoranza e stupidità nel peccare. b) Il debitore condonato incontra un servo come lui che gli deve una somma, che corrisponde al salario di un operaio per 3 mesi. Lo afferra per il collo e gli ingiunge la restituzione (28 Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”). Il poveretto lo prega con le stesse parole e atteggiamento, con cui il suo creditore aveva pregato il re (29 Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”; cfr 26); ma il collega non ne vuole sapere e lo fa gettare in prigione (30 Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito). È impressionante la crudeltà, l’insensibilità, la cattiveria di quest’uomo, la sua corta memoria del beneficio ricevuto pochi minuti prima: per una somma così piccola (3 mesi di salario), costui fa gettare in carcere un suo compagno! Lui che ha ricevuto il condono di 200 mila anni di salario!

3. Il padrone viene avvertito di quanto è avvenuto (31 Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto); convoca il debitore e gli rinfaccia il debito condonato (32 Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato) e la crudeltà del suo comportamento con il collega, che gli doveva così poco (33 Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”). Il re sdegnato lo getta in carcere, ritira il condono ed esige la restituzione del debito (34 Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto). Ci interessa molto l'applicazione che ne fa Gesù: Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello (35). Certo non vuol dire che Dio prima perdona i peccati e poi ritira il perdono.  Ma ci avverte che è enorme il debito che noi abbiamo contratto con Lui a causa dei nostri peccati e piccolo è il debito che gli altri hanno con noi per le offese che ci fanno. Poiché Dio perdona a noi offese enormi, tanto più noi dobbiamo perdonare le piccole offese, che riceviamo dagli altri. Se noi non siamo generosi nel perdonare, Dio farà altrettanto con noi. Esaminiamoci e correggiamoci.

II - Siracide 27,30-28,7 - A tutti capita di ricevere un offesa (2) dal prossimo. In modo spontaneo esplodono nell’uomo l’ira (30) e la collera (3), che vengono protratte nel tempo (3 Un uomo che resta in collera verso un altro uomo), e il rancore (30), che anche si fa durare (5 conserva rancore); questi sentimenti sono disgustosi agli occhi di Dio (30 Rancore e ira sono cose orribili) e rodono il cuore di queste persone, che sono peccatori (30 e il peccatore le porta dentro); il peccatore  rifiuta di perdonare e dimostrare misericordia (4 Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile) e arriva fino a vendicarsi (1 Chi si vendica) dell'offesa ricevuta. Dio invece  vuole che perdoniamo perché abbiamo a che fare col prossimo (2 Perdona l’offesa al tuo prossimo), uomo come noi (3 verso un altro uomo), e nostro simile (4 per l’uomo suo simile); oltre tutto pure noi siamo peccatori (30) e deboli creature umane (5 Se lui, che è soltanto carne). Se non perdoniamo, è inutile la nostra preghiera per ottenere la guarigione (3 come può chiedere la guarigione al Signore?) e chiedere il perdono dei nostri peccati (4 come può supplicare per i propri peccati?), perché non ci sarà chi possa espiarli (5 chi espierà per i suoi peccati?): così andremo incontro alla vendetta e alla punizione di Dio, che non dimenticherà mai i nostri peccati (1 subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati). Questi pensieri devono aiutarci a non conservare odio e rancore, a non vendicarci delle offese ricevute e a perdonare. Ma Dio aggiunge altri consigli per aiutare a dimenticare le offese (7 e dimentica gli errori altrui) e a eliminare l'odio dal nostro cuore (6 e smetti di odiare; 7 e non odiare il prossimo): ricordiamoci che dobbiamo morire (6 Ricordati della fine,… della dissoluzione e della morte) e che i precetti di Dio sono elementi integranti dell'Alleanza di Dio con il suo popolo (7 Ricorda i precetti,… l’alleanza dell’Altissimo); se faremo questo otterremo il perdono dei peccati passati per le nostre preghiere (2 e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati) e Dio ci concederà di essere fedeli ai suoi comandamenti (6 e resta fedele ai comandamenti), che ordinano l'amore a Dio e al prossimo e il perdono reciproco e generoso come Lui ci dà con misericordia il perdono. Noi  sappiamo che Dio ci dà la fedeltà per i meriti di Gesù Cristo, che ci ha offerto l'esempio in tutto.

III - Romani 14,7-9 - Dio ci ha creati, ci conserva e concorre alle nostre azioni, sul piano naturale: dipendiamo totalmente da Dio, siamo totalmente di Dio; ancora più sul piano soprannaturale la vita divina ci viene dalle Padre per mezzo del Cristo nello Spirito Santo: la Trinità ci concede di perseverare nella grazia e ci dona le grazie attuali; perciò anche per questo dobbiamo concludere e riconoscere sempre che siamo incessantemente del Signore qualsiasi cosa facciamo, sia in vita che in morte (8 perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore). Veniamo dal Signore, siamo del Signore, andiamo al Signore: nostro fine non siamo noi ma è il Signore (7 Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso). Ciò significa che dobbiamo vivere per la gloria di Dio e la nostra salvezza, cioè per conoscere, amare e servire Dio e farlo conoscere, amare e servire dagli altri e così consentire a Dio di salvare noi e i nostri fratelli. Il nostro modello e sorgente di vita divina è Gesù, il quale è venuto in mezzo a noi ed è morto e risorto per strapparci al peccato e al diavolo e farci resuscitare a vita nuova (9 Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi), per farci diventare suoi (di Cristo cfr. Rm 8,9; 1Cor 3,23) e, per mezzo di lui, della Trinità (8 Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore); così vivremo la nostra vita tutta per Dio. Rinnoviamo la nostra fede e rafforziamo le nostre convinzioni circa questa verità, che è il principio e fondamento della nostra esistenza naturale e soprannaturale; fissiamo il nostro sguardo su Gesù e Maria e Giuseppe e conformiamoci a loro per poter vivere e morire interamente di Dio, per andare poi a stare con la Trinità per tutta l’eternità. Supplichiamo per avere questa grazia.

EUCARESTIA. Prima della Messa chiediamo perdono dei peccati e in seguito ci scambiamo il segno di pace per indicare anche il perdono reciproco che ci diamo; inoltre offriamo Gesù presente col suo sacrificio, che è anche espiatorio dei nostri peccati. Nella comunione eucaristica ci uniamo intimamente a Gesù, che ci comunica la sua capacità di amare il prossimo, anche i nemici. Preghiamo la Vergine SS. e S. Giuseppe, gli Angeli Custodi e i Santi Patroni, che ci ottengano la grazia di vivere la Messa anche come mezzo per superare tutte le divisioni, che i nostri peccati creano fra di noi e con gli altri. (mons. Francesco Spaduzzi)

Tempo Ordinario: Domenica XXIII dell'anno A

Nota introduttiva: Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per la  preghiera e meditazione personale e l’omelia. Sono graditi suggerimenti per rendere più utili queste riflessioni (mons. Francesco Spaduzzi,  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )

Tempo Ordinario: Domenica XXIII dell'anno A

I -  Matteo 18,15-20 – (a) Gesù dà alcune istruzioni come vivere la vita di comunità da buoni suoi  discepoli, giacché sono figli di Dio Padre, fratelli di Cristo e membra del suo Corpo Mistico, amici e dimora dello Spirito, e sono fratelli fra di loro. Essi sono stati creati a immagine di Dio (Gn 1,26), che fu rovinata dal peccato dei progenitori ed è stata restaurata per mezzo di Gesù e secondo la sua immagine (Rm 8,29); perciò dobbiamo assomigliare a Gesù e crescere in questa rassomiglianza: lo Spirito Santo opera in noi per realizzare questo. I sentimenti e le virtù, che devono regolare i nostri rapporti col prossimo, sono amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (cfr Gal 5,22), accoglienza, e anche preghiera insieme e reciproca. Dobbiamo arrivare ad amare anche i nostri nemici (Mt 5,44; Lc 6,35). Ma un nostro fratello può mancare contro di noi - e noi contro di lui. In tal caso occorre cercare di avvicinarlo e spiegarci per ricomporre il rapporto e rimarginare la ferita (15 Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello). Se l'esito del tentativo fosse fallimentare, conviene coinvolgere un’altra persona o due perché possano aiutare a risolvere il problema sorto e mettere la pace fra l’offeso e l’offensore (16 se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni); se neanche questo tentativo riesce, allora Gesù dice di rivolgersi alla comunità (17 Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano), meglio agli Apostoli e ai loro collaboratori a quei tempi, ai Vescovi e ai loro collaboratori ai nostri tempi, i quali giudicheranno secondo la Parola di Dio e le leggi della Chiesa. Ciò deve avvenire sempre senza rancore od odio, ma animati da carità e per ristabilire la giustizia. Se anche questo tentativo andasse a vuoto e il fratello non volesse correggersi, allora conviene raffreddare i rapporti col fratello, fino a tenerlo anche definitivamente a distanza, a seconda della gravità della situazione e del pericolo che il fratello costituisce per la vita cristiana della comunità o del singolo fedele. Nel frattempo è necessario continuare a pregare per lui, perché si apra alla grazia di Dio: resta sempre nostro fratello da salvare. (b) Gli Apostoli hanno il potere di giudicare e di dichiarare lecito o illecito, vero o falso quello che fanno i membri della comunità e quindi di tenerli nella comunità o anche di mettere fuori quelli che non parlano o non si comportano secondo la Parola di Dio (18 In verità io vi dico: tutto  quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo): Gesù estende agli Apostoli il potere che ha promesso a Pietro da solo; e allora capiamo subito che quello che tutti gli Apostoli possono fare insieme con Pietro, Pietro può farlo da solo nella guida dei fedeli. Rinnoviamo la nostra fede nella missione di Pietro e del Papa, suo successore, e degli Apostoli e dei vescovi, loro successori, impegnandoci a seguirne con docilità le indicazioni.

2. Gesù si occupa ancora della vita dei suoi discepoli e li avverte con giuramento che, se due di loro su questa terra si accordano per chiedere qualsiasi grazia, il Padre celeste la concederà (19 In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà). Questi due, che si mettono d'accordo, sono fratelli fra di loro perché figli di Dio Padre, che ha il potere di concedere le grazie; sono membra del Corpo di Cristo e suoi fratelli, per i meriti del quale le grazie si chiedono e si ottengono dal Padre - e da Gesù (Gv 16,24-26); essi inoltre sono animati dallo Spirito, che prega in loro con l'invocazione Abba! Padre! (Gal 4,6; Rm 8,15) e che aiuta a pregare bene e a chiedere secondo la volontà di Dio (Rm 8,26): non sono quindi due uomini qualsiasi ma due discepoli di Gesù, che credono in lui e Lo amano e si amano fra di loro; perciò il Padre li guarda con amore speciale. Curiamo di stare in grazia di Dio sempre e specie quando preghiamo, e facciamo nostre anche le invocazioni del Padrenostro, insegnatoci da Gesù, le suppliche dei personaggi della Bibbia e le varie preghiere in essa disperse e quelle che suggerisce la Chiesa, o che usavano i Santi, ecc. (b) Gesù ricorda e sottolinea la sua presenza in mezzo ai discepoli, riuniti nel suo nome (20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro) come motivo, per cui la preghiera viene certamente esaudita: essi si ritrovano insieme per lui, perché convocati da lui nella Messa o nella preghiera in genere;  lui è presente e fa sua quella preghiera: essa arriva al cuore del Padre attraverso le labbra e il cuore di Cristo. Pensiamo a Maria e Giuseppe in preghiera insieme con Gesù presente fisicamente o che lo rendevano spiritualmente presente quando era altrove: essi si avvalevano, oltre che della loro santità personale, anche della presenza di Gesù per ottenere tutte le grazie, di cui abbisognavano per sé e per gli altri. Pensiamo a Maria, che con la sua preghiera “onnipotente” anticipa l'ora della manifestazione di Gesù ai discepoli in occasione delle nozze di Cana (Gv 2,1-12), e alla donna cananea, che con la sua preghiera anticipa l'ora della manifestazione di Gesù ai pagani (Mt 15,21-28). Gesù è in noi per la fede e la carità, quando stiamo in grazia di Dio, ed è in ogni caso in mezzo a noi quando siamo riuniti nel suo nome: rinnoviamo spesso la nostra fede nella promessa di Gesù e gustiamo l’efficacia della nostra preghiera. E cerchiamo di pregare insieme.

II - Ezechiele 33,1.7- 9 - Dio spiega a Ezechiele la missione che gli ha affidata (1 Mi fu rivolta questa parola del Signore); gli dice che l'ha creato sentinella per gli Israeliti (7 O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele). Compito della sentinella è stare ben sveglio, tenere sotto controllo il proprio territorio e avvertire gli altri di eventuali pericoli. Il profeta, come sentinella deve mettersi in ascolto attento di Dio e trasmettere con fedeltà e prontezza la Sua Parola agli Israeliti (7 Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia). Dio può volere che a un malvagio arrivi la Sua minaccia, che egli verrà punito con la morte (8 Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”), se non lascia il peccato; il profeta deve comunicarla al peccatore e, se non lo fa, il peccatore farà una brutta fine per i suoi peccati, ma Dio punirà il profeta perché non l'ha avvertito (8 e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te). Se invece il profeta avverte il peccatore (9 Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta) ed egli non tiene conto dell'avviso (9 ed egli non si converte dalla sua condotta), il peccatore morirà per i suoi peccati, ma il profeta non ne riceverà danno (9 egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato). I Pastori del Popolo di Dio, i genitori, i parenti, gli amici e i governanti nei vari gradi, devono tener ben conto di questa Parola di Dio ed avvertire le persone loro affidate, cioè i fedeli, i figli, i parenti, gli amici e i sudditi, dei comportamenti scorretti e rimproverarli per cercare di ottenerne la correzione; altrimenti Dio chiederà loro conto per i castighi, che i cattivi subiranno in vita, e per l’estremo castigo della dannazione. La correzione, per essere efficace, va fatta con garbo, gentilezza, a tempo debito, ecc., e va fatta per l'amore, che Padre Figlio e Spirito hanno per quella persona, per le sofferenze che Gesù ha affrontate per salvarla, per dare gioia al Cielo per il peccatore che si converte (Lc 15,7.10); essa va anche accompagnata da molta preghiera e sacrifici perché ottenga risultati: li ha raccomandati in particolare la Vergine SS. a Lourdes e a Fatima. Ricordiamo anche l’efficacia delle coroncine della Misericordia, insegnata da Gesù a S. Faustina Kowalska, e quella delle Cinque Piaghe, suggerita anche da Gesù alla SdD suor Maria Marta Chambon; o l’invocazione Gesù, Maria, vi amo, salvate anime, o le pratiche dei primi venerdì in onore del Cuore di Gesù o dei primi sabati del mese in onore del Cuore Immacolato di Maria per la conversione dei peccatori, ecc. Sono tutte pratiche accompagnate da meravigliose promesse di Gesù e di Maria per invogliare a collaborare per salvare i fratelli bisognosi.

III - Romani 13,8-10 - S. Paolo raccomanda di evitare ogni forma di debiti con qualsiasi persona e in qualsiasi materia (8 Non siate debitori di nulla a nessuno); l'unico consentito è l'amore reciproco con tutti (8 se non dell’amore vicendevole); lo stabilisce, questo debito, la Legge stessa di Dio quando ordina: Amerai il tuo prossimo come te stesso (9; cfr Lv 19,18), ripetuto anche da Gesù come secondo comandamento, simile al primo, quello dell'amore a Dio (Mt 22,29; Mc 12,31; Lc 10,27). In effetti chi ama il prossimo adempie la Legge (8 perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge); inoltre in questo precetto dell'amore si raccolgono tutti i 7 comandamenti che riguardano i nostri doveri verso il prossimo (9 Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola); infine la carità rappresenta la pienezza e il culmine della Legge (10 pienezza della Legge infatti è la carità); per la carità noi dobbiamo amare Dio e l'immagine di Dio che è il prossimo, Dio per se stesso e il prossimo per amor di Dio, Dio in se stesso e Dio nel prossimo. Gesù ci rende facile l’amore al prossimo, perché ci precisa che Egli è nel prossimo bisognoso (Mt 25,31-46); e in realtà ognuno di noi ha bisogno del prossimo in tante cose materiali, ma soprattutto della stima e dall’amore del prossimo. La carità anzitutto non fa male al prossimo (10 La carità non fa alcun male al prossimo), ma vuole anche positivamente di fargli del bene, proprio come non basta non odiare, ma bisogna amare. Esaminiamoci sui comandamenti dal quarto al decimo e vediamo quante cose abbiamo da correggere, per amore di Dio, la cui immagine è nel prossimo, e di Cristo, presente nel prossimo bisognoso.

EUCARESTIA. Per amore Gesù si offrì al Padre per la nostra salvezza; per amore continua a farlo nella Santa Messa: è questo il momento migliore per chiedere di crescere nell’amore a Dio e al prossimo. La Vergine SS. e S. Giuseppe, gli Angeli e i Santi, che ci sono di esempio, intercedano con noi e per noi per ottenere questa grazia fondamentale. (mons. Francesco Spaduzzi)

Tempo Ordinario: Domenica XXII dell'Anno A

Nota introduttiva: Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per la  preghiera e meditazione personale e l’omelia. Sono graditi suggerimenti per rendere più utili queste riflessioni (mons. Francesco Spaduzzi,  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )

Tempo Ordinario: Domenica XXII dell'Anno A

I - Matteo 16,21-27 - Pietro, a nome suo e degli Apostoli, ha fatto la professione di fede in Gesù come Figlio di Dio e Messia (Mt 16,16). La capiva pienamente o no, non importa; neanche noi capiamo pienamente le formule che usiamo, e nessuna creatura lo può: neanche la Madonna, San Giuseppe e tutto il Paradiso messo insieme; solo Padre Figlio e Spirito Santo capiscono chi sono loro e possono esprimere in modo adeguato la loro realtà, e solo fra di loro. Gesù incomincia adesso, dopo questa professione di fede, a preparare gli Apostoli a capire come e per quali vie egli salverà gli uomini. Egli preannuncia che dovrà necessariamente - perché così è nel piano di salvezza di Dio - andare a Gerusalemme (21 Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme) e lì i capi religiosi e civili del suo popolo lo faranno molto soffrire (21 e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi), invece di riconoscerlo come Messia, e addirittura lo uccideranno (21 e venire ucciso); ma i discepoli stiano tranquilli perché il terzo giorno risusciterà (21 e risorgere il terzo giorno). Questo annunzio è un fulmine a ciel sereno per gli Apostoli: è inconcepibile per loro che il Figlio di Dio e Messia possa essere rifiutato proprio dei capi religiosi ed essere ucciso; inoltre questo sarebbe il crollo di tutte le speranze di successo umano, che essi hanno collegato al trionfo di Gesù, immaginato a modo loro. Certamente rabbrividiscono, si sentono gelare il sangue e si guardano smarriti l'un l'altro. Anche stavolta Pietro si sente in obbligo di prendere l'iniziativa per l'amore che ha per Gesù: chiama in disparte il Maestro ed esprime l’auspicio che Dio mai permetterà quello che Gesù ha detto (22 Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»). Ma Gesù, come prima gli ha detto che il Padre gli ha fatto una rivelazione (Mt 16,17) e lui ha parlato sotto l'ispirazione del Padre, così gli dice che ora è Satana che lo ha ispirato ed egli fa da Satana nei confronti di Gesù (23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: Satana!); egli ora esprime il pensiero di Satana e degli uomini, ma non di Dio, e diventa un ostacolo per Gesù (23 Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!); perciò Pietro deve stare dietro a Cristo e seguirlo come discepolo, e non pretendere di farGli da guida e maestro (23 Va’ dietro a me). Anche noi dobbiamo accettare senza riserve il piano di salvezza come lo ha programmato Dio, come l'ha accettato il Figlio fatto uomo e come Lui lo annuncia. Questo significa pensare come Dio, e non come Satana o come gli uomini; altrimenti diventiamo ostacolo per Gesù e impedimento alla salvezza dell'umanità e nostra.

2. Gesù ha risposto a Pietro, difendendo contro di lui la sapienza del piano divino di salvezza, in cui è prevista la sofferenza del Messia. Adesso parla ai discepoli (24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli) - e alla folla (Mc 8,24; Lc 9,23) - e dichiara che, per essere suo vero discepolo e per salvarsi, è necessario smettere di pensare a se stessi come il centro di tutto e piuttosto rinnegare se stessi, cioè andare contro le proprie tendenze cattive, che vogliono portare al male; inoltre occorre portare la propria croce, cioè accettare ogni sofferenza con pazienza e adesione alla volontà di Dio, e così mettersi al seguito di Gesù (24 Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua), condividendo la sua vita fino ad accettare di salire sulla croce con lui. Gesù va anche oltre e dice che perderà la vita fisica chi pensa di poterla conservare a scapito della salvezza eterna, mentre la salverà chi invece è disposto a rinunciare alla vita fisica per amore di Gesù (25 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà). La salvezza eterna, cioè aprirsi a ricevere il dono della vita eterna, è l'impresa più importante che ci sia per noi; perciò vale la pena rinunciare al mondo intero per essa (26 Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?): in effetti non c'è niente che ne pareggi il valore (26 O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?). C’è da aggiungere che dovremo presentarci al giudizio di Cristo, che verrà nella gloria a giudicare ogni uomo secondo le sue azioni (27 Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni). Ognuno di noi deve accettare di portare la propria croce, piccola o grande che sia, tenendo conto che Dio con la croce dà anche la grazia di sopportarla con pazienza. Se contiamo sulle nostre forze, andiamo incontro al fallimento; appoggiamoci invece alla grazia che viene da Dio, che è capace anche di sostenere fino al martirio. Meditare spesso sulla Passione di Gesù e pensare al premio eterno è un aiuto ulteriore per accettare con rassegnazione la sofferenza, soprattutto poi se ne facciamo anche un mezzo di apostolato, per ottenere la conversione dei peccatori, come tante volte raccomandato dalla Madonna a Lourdes e a Fatima.

II - Geremia 2,7-9 - Quando Dio  chiama Geremia a essere suo profeta, questi fa resistenza adducendo la sua giovane età (Gr 2,4-8), ma Dio gli promette la sua presenza e assistenza e lui si lascia convincere. Geremia, riflettendo sulla sua vocazione, ha la sensazione che Dio abbia usato con lui nello stesso tempo le maniere dolci – e perciò lo ha sedotto (7 Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre) – e quelle forti – perciò lo ha vinto (7 mi hai fatto violenza e hai prevalso); ma il risultato pare negativo al profeta, perché la gente lo prende in giro (7 Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me); in effetti egli predica i castighi di Dio contro il popolo infedele (8 Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!») ma essi non si verificano, perché Dio si fa prendere dalla compassione per il Popolo e li rinvia sempre; per conseguenza la Parola di Dio, che egli predica con fedeltà, diventa per lui occasione di insulti e prese in giro, al punto che egli ne sente vergogna (8 Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno). Decide allora di non pensare più a Dio e di non comunicare agli altri la sua Parola (9 Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!»), ma la chiamata di Dio si fa sentire più forte che mai e lo brucia dentro come un fuoco ardente e irresistibile (9 Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo); e allora egli continua a profetizzare. Chi annuncia la Parola di Dio deve essere docile nell'ascoltare e fedele nel trasmettere, costi quel che costi. Così fa Geremia, ma soffre perché trova difficoltà ad adeguarsi ai sentimenti e ai tempi di Dio. Questi resta sempre il padrone della Parola da comunicare e dei tempi per realizzarla, come di tutto e sempre. Chi è chiamato alla missione deve essere solo fedele amministratore senza volere imporre niente a Dio, proprio come fa Gesù, che sempre dice di sì al Padre, anche nei momenti più difficili.

III - Romani 12,1-2 – (a) San Paolo conclude sempre le sue lettere con esortazioni alla vita cristiana e alla pratica delle virtù. Qui invita i Romani a offrire a Dio se stessi (1 Vi esorto dunque, fratelli,… a offrire i vostri corpi) – e non cibo, cioè frutta, cibi cotti, specie animali cotti o bruciati - come sacrificio vivente (1; e non di cose morte), santo (1 perché tali siamo diventati nel battesimo), gradito a Dio (1), perché è il sacrificio che lui chiese nell’AT (Es 19,5-6) e di cui Gesù ci ha dato l’esempio (Eb 10,5-10). Paolo li esorta facendo appello alla misericordia di Dio (1 per la misericordia di Dio), che solo può metterci in condizione di dargli qualcosa che gli piace, e afferma che questo è il culto spirituale (1 è questo il vostro culto spirituale), degno di coloro che hanno ricevuto lo Spirito Santo e si lasciano guidare da Lui. Il sacrificio spirituale consiste dunque anzitutto nell’offerta di se stessi a Dio per fare la volontà di Dio, come fece Gesù (Eb 10,5ss) e poi nel compimento effettivo della volontà di Dio nella vita quotidiana, come face Gesù (Gv 4,34; 5,30; 6,38.40...). La volontà di Dio è espressa nella sua Parola, nei suoi comandamenti. Gesù è vissuto nell’obbedienza al Padre fino alla morte di croce: dobbiamo anche noi vivere obbedienti a Dio e così tutta la nostra vita sarà un sacrificio gradito a Dio, come lo fu quello di Gesù. Nella Messa noi offriamo il sacrificio di Gesù, che lo Spirito Santo rende presente nel pane e nel vino consacrati, ed esso diventa il nostro sacrificio; in effetti ascoltiamo la Parola di Dio, e gli diciamo: “Voglio fare la tua volontà espressa nella tua Parola”: uniamo questa offerta a quella di Gesù, e lui nella comunione eucaristica ci comunica la forza per vivere secondo l'impegno preso, di compiere la volontà di Dio: la grazia di Dio ci fa a vincere la nostra debolezza. (b) San Paolo esorta i lettori – e noi - a guardarci dalla mentalità e dagli atteggiamenti mondani (2 Non conformatevi a questo mondo) e quindi a lasciarci trasformare dall'attività dello Spirito, che mette fine al nostro modo di pensare e di vivere sbagliato del periodo precedente (2 ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare); così riusciremo a capire qualche quel che Dio vuole da noi suoi figli (2 per poter discernere la volontà di Dio) e quindi quel che è buono e gradito a Dio, ed è ben fatto (2 ciò che è buono, a lui gradito e perfetto), cioè ciò che corrisponde al sacrificio da offrire a Dio. La volontà di Dio deve essere il nostro punto di riferimento, il criterio per distinguere ciò che è bene dal male, il giusto dall’ingiusto, il perfetto dall’imperfetto. Facendo la volontà di Dio, noi facciamo ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto (2) e quindi diventiamo sacrificio vivente, santo, gradito a Dio (1).

EUCARESTIA. Nella Messa offriamo al Padre il sacrificio di Cristo, sempre graditissimo al Padre; ci uniamo a Gesù nella comunione eucaristica e da lui otteniamo la grazia di vivere la nostra vita nell’adesione piena alla volontà di Dio; così permettiamo a Dio di salvarci. Preghiamo la Vergine SS. e S. Giuseppe, gli Angeli Custodi e i Santi Patroni, perché ce ne ottengano la grazia, come l’hanno avuta loro. (mons. Francesco Spaduzzi)