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Un pensiero al giorno

18 febbraio - Santa Geltrude (Gertrude) Comensoli - Titolo: Fondatrice

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Omelie e Preghiere

spunti di riflessione XIV domenica Tempo Ordinario Domenica 14B

Nota introduttiva: Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per l’omelia. Sono graditi consigli e suggerimenti per rendere più utili e fruibili queste riflessioni (mons. Francesco Spaduzzi)

Tempo Ordinario Domenica 14B

I - Marco 6,1-6 1. Gesù aveva la casa a Cafarnao come sua dimora (probabilmente la casa di Pietro) e di lì si spostava per la sua attività apostolica sul posto. Un giorno decise di andare a Nazareth, che era considerata la sua patria, e i discepoli lo seguirono (1 Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono). Il sabato andò come al solito alla Sinagoga, dove annunciò il Regno di Dio (2 Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga). I suoi compaesani lo ascoltavano sorpresi (2 E molti, ascoltando, rimanevano stupiti) e si domandavano dove aveva imparato quelle cose (2 e dicevano: Da dove gli vengono queste cose?), da chi gli veniva tutta la sapienza, che mostrava (2 E che sapienza è quella che gli è stata data?), e come mai aveva poteri di operare miracoli così strepitosi (2 E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?). E ricordavano che egli era stato sempre un semplice falegname, figlio di una donna del popolo e con tanti parenti ben conosciuti in paese (3 Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?). E questi interrogativi senza risposta li portava è un sentimento di avversione per lui (3 Ed era per loro motivo di scandalo). I paesani avevano saputo tutto quello che di Gesù si raccontava a proposito dell’elevatezza del suo insegnamento e della grandezza dei suoi miracoli, operati nei dintorni; così, quando Gesù tornò in paese, dovettero riconoscere che era vero quello che si diceva di lui. Per loro era difficile accettare Gesù sotto questa nuova luce e per gelosia, invidia e altri sentimenti negativi, lo rifiutano, nonostante anche a essi veniva offerta la grazia di credere in lui. Per noi è più facile, con la grazia di Dio e con la buona volontà, riconoscere chi è veramente Gesù perché molti sono gli aiuti anche esterni, a credere, ma anche noi corriamo il rischio di non prendere sul serio che è Egli è vero Dio e vero uomo: di qui la necessità di studiare, riflettere e meditare per interiorizzare queste verità.

2. Gesù sa tutto ciò che avviene nel cuore delle persone e osserva che poca considerazione un profeta trova nella sua patria e presso i suoi parenti e familiari (4 Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua»). Altrove aveva operato tanti miracoli, ma qui può guarire solo poche persone (5 E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì) e ciò a causa della poca fede dei compaesani e parenti; l’evangelista ce lo mostra meravigliato di tanta incredulità (6 E si meravigliava della loro incredulità). Comunque Gesù non sì scoraggia per questo e continua a predicare dappertutto nei dintorni (6 Gesù percorreva i villaggi d’intorno insegnando). I parenti e i compaesani di Gesù non credevano in lui anche perché erano abituati e attaccati alla conoscenza incompleta, che avevano di lui; però un po’ più di umiltà e apertura di intelligenza e di cuore ora avrebbero dovuto aiutarli ad accettare la sua manifestazione completa, e invece non vollero. Anche noi corriamo il rischio di farci e abituarci a un'idea incompleta di Gesù e ci rifiutiamo di lasciarla; così non arriviamo a un rapporto più intimo con Gesù, che vuole manifestarsi di più e meglio a noi. Egli di solito si manifesta solo in modo progressivo nello studio e nella meditazione e nella preghiera in genere: siamo noi che ci dobbiamo adeguare a lui, e non viceversa. Di qui la necessità di leggere e assimilare la Sacra Scrittura. Così crescono anche la nostra fede e il nostro amore a Cristo.

II - Ezechiele 2, 2-5 1. Dio rivolge la parola a Ezechiele per farlo profeta degli Ebrei, sia quelli che stavano in esilio a Babilonia sia quelli che stavano ancora a Gerusalemme. Nabucodonosor aveva assediato e preso la città nel 597, e aveva deportato parte della popolazione; Ezechiele aveva visto che anche Dio aveva lasciato il Tempio e la città e se n'era andato con i deportati, per significare che per Lui quello era il vero popolo di Dio, per mezzo del quale Egli avrebbe fatto sopravvivere il popolo ebraico; gli Ebrei di Gerusalemme invece si ritenevano benedetti da Dio perché stavano nella Città Santa. Dio invia Ezechiele agli Israeliti (3Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele; 4 Quelli ai quali ti mando) con la missione di profeta (5 sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro), cioè per annunciare la Parola di Dio (4 Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”). Grazie a questa Parola essi si possono convertire e salvare perché tale è l’intenzione di Dio, nel mandare i suoi messaggeri. Per garantire il profeta della sua chiamata e della missione, Dio gli dà il suo Spirito, che lo rende docile nell’ascoltare la Parola di Dio e coraggioso nel trasmetterla (2 A queste parole, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava). Rinnoviamo la nostra fede nella chiamata e missione divina di Ezechiele e che Dio fa la stessa cosa coi vescovi e sacerdoti di oggi, chiamati e mandati a compiere la loro missione di annunciatori della Parola di Dio. Chiediamo di essere attenti ascoltatori e precisi esecutori e fedeli trasmettitori di questa Parola

2. Dio precisa a chi il profeta dovrà rivolgere la Parola di Dio: a tutti i figli di Israele (3): (a) dovevano essere sudditi fedeli di Dio e invece si sono ribellati e rivoltati contro il loro Signore e Dio (3 a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me); sia costoro che i loro padri si sono rifiutati di obbedire a Dio (3 Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi); (b) essi dovevano essere figli docili obbedienti e invece sono duri di testa e di cuore (4 Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito). Il profeta parlerà a nome di Dio e riferirà la sua Parola con fedeltà (4). Possono ascoltare o rifiutarsi (giacché essi sono indocili), comunque dovranno riconoscere che Dio ha mandato un profeta parlare loro (5 Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli). Gli Ebrei furono tante volte ribelli e per la infinita misericordia di Dio furono puniti al di sotto di quello che meritavano; avevano ricevuto tantissimo da Dio e si erano sollevati contro di Lui e perciò Gerusalemme fu distrutta. Portarono la loro ribellione contro Dio arriverà perfino a uccidere Gesù. E noi quante volte ci ribelliamo a Dio e non prendiamo sul serio la sua Parola? Pensiamo alla sofferenza di Dio che ama come padrone che ha creato e come padre che genera figli, e sì trova davanti a un suddito ribelle e a un figlio ingrato. Decidiamo di cambiare.

III – 2Corinzi 12,7-10 1. San Paolo ha avuto molti doni straordinari da Dio nel campo naturale con una grande intelligenza e forza di volontà, cultura e capacità di comunicare, e nel campo soprannaturale con un apostolato intensissimo e con risultati splendidi, anche in situazioni estremamente avverse. È facile che chi si trova in abbondanza di doni di Dio dimentichi che l'origine divina dei suoi doni, e monti in superbia; ora Dio, per aiutare Paolo a non perdere la testa, cadendo nell’orgoglio, permette che gli sia inflitta una sofferenza che lo tormenta come una spina nella carne: essa diventa per lui come un messaggero di satana, che lo colpisce per tenerlo nell’umiltà (7 Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia). Non sappiamo in che cosa  consisteva questa sofferenza umiliante, ma certo faceva soffrire molto San Paolo nel corpo e soprattutto nello spirito. Egli desiderava ardentemente di esserne liberato e perciò pregò con insistenza il Signore (8 A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me): 3 per indicare molte volte e un numero completo, come Gesù nel Getsemani (cfr Mt 26,39-44). Ma Gesù gli diede risposta negativa, pur accompagnandola con la promessa di continuare ad assisterlo: Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (9); Gesù gli dice che gli deve bastare la grazia che Egli gli dà per andare avanti, anche perché la sua Potenza Divina si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole. Non c'è nulla di male che noi preghiamo, per ottenere la liberazione dal male, quando stiamo nella sofferenza fisica o morale, sia che provenga da noi per debolezza o dal diavolo per farci del male o anche da Dio stesso come prova della nostra fedeltà; anzi è un bene perché ci fa cercare rifugio e protezione in Dio come hanno fatto sempre i Santi, e anche Gesù. Ma non dobbiamo aspettarci di essere esauditi a modo nostro, ma affidarci a quello che Dio ritiene opportuno: Egli conosce ciò che ci fa veramente bene e nostri veri bisogni e ci dà le grazie necessarie, e anche sovrabbondanti; ma non ci stanchiamo di pregare.

2. In seguito alla risposta di Gesù, Paolo decide di vantarsi volentieri di ciò che rivela la sua debolezza, dei suoi limiti personali, perché in lui possa agire la potenza di Cristo con piena libertà (9 Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo). E perciò egli si rallegra dei suoi limiti, degli insulti, delle difficoltà, delle persecuzioni e delle angosce, che sopporta a causa di Cristo, per amore al suo Signore, che l'ha amato tanto da dare la sua vita per lui e da arricchirlo dei suoi doni (10 Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo). In effetti quando più si manifesta la sua debolezza personale, tanto più appare la potenza di Cristo in lui (10 infatti quando sono debole, è allora che sono forte). Proprio così. Noi dobbiamo riconoscere che tutto riceviamo da Dio sul piano naturale e sul piano soprannaturale e la nostra stessa collaborazione alla grazia di Dio è dono di Dio. Allora non possiamo vantarci dei doni di Dio come se fossero nostri, perché effettivamente sono di Dio; noi possiamo solo e dobbiamo benedirlo e lodarlo e ringraziarlo per questi doni, come fa Maria nel Magnificat e San Paolo all'inizio delle sue Lettere. Quanto più noi riconosciamo il nostro nulla, tanto più in noi si manifesta la potenza di Dio, come è avvenuto nei Santi, che hanno fatto cose straordinarie con mezzi piccolissimi e sproporzionati. Abituiamoci ad attribuire a Dio i suoi doni, e non a noi, e chiediamo perdono per le nostre stupide vanterie.

EUCARISTIA. Nella prima parte della Messa la Parola di Dio ci presenta sempre qualche aspetto nuovo di Gesù o ci aiuta  ad approfondire la sua conoscenza per arrivare a un amore più intenso per Lui. Di qui l’importanza dell’ascolto attento e rispettoso e aperto all’accettazione incondizionata della Parola. Nella seconda parte della Messa ci offriamo insieme con Gesù al Padre e ci uniamo con Gesù nella Comunione eucaristica, che ci rende capaci di vivere all’altezza della nostra vocazione cristiana. Ci rivolgiamo a Maria e a Giuseppe, ai nostri Angeli Custodi e Santi Patroni, perché ci ottengano le grazie necessarie per accogliere docilmente tutta la Parola di Dio e di praticarla con fedeltà. (mons. Francesco Spaduzzi)

spunti di riflessione XI domenica Tempo Ordinario Domenica 11B

Tempo Ordinario Domenica 11B

Nota introduttiva: Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per l’omelia. Sono graditi consigli e suggerimenti per rendere più utili e fruibili queste riflessioni (mons. Francesco Spaduzzi)

I - Marco 4, 26-34 1 Gesù dice che avviene del Regno di Dio quello che succede in natura con l'uomo e il chicco di grano (26Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno). Il contadino getta il chicco nel terreno (26b); esso germina e cresce (27 il seme germoglia e cresce) grazie al terreno, che fa crescere lo stelo e la spiga e infine il chicco maturo (28 Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga); nel frattempo l'agricoltore passa il suo tempo a dormire di notte a vegliare di giorno (27 dorma o vegli, di notte o di giorno) ma non sa come tutto avviene nella crescita (27 Come, egli stesso non lo sa); egli interviene solo al momento della mietitura con la falce (29 e quando il frutto è maturo subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura). E’ Dio che agisce in modo misterioso per far crescere il seme, pur con la collaborazione iniziale dell'uomo. Così avviene del Regno di Dio, che chiede la collaborazione dell'uomo per far crescere il suo Regno nel cuore e nella vita del singolo e della società, ma è Lui che lo fa crescere: siamo nel campo soprannaturale e solo Dio può realizzare opere di natura soprannaturale. Dio a volte agisce anche se la nostra collaborazione non c'è; altre volte la vuole in ogni caso: e così può dipendere da noi se il Regno di Dio cresce o no in noi e negli altri. Grandissima responsabilità! Dio mi trova sempre disponibile a collaborare con Lui?

2. Gesù paragona il regno di Dio (30 Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?) anche al granello di senapa, che è piccolissimo al momento della semina (31 È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno), tanto che il palmo della mano ne può contenere molti; eppure quando è cresciuto arriva fino a 3-4 metri, supera gli altri ortaggi in altezza e può ospitare tanti uccelli a nidificare (32 ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra), specie i cardellini, che ne sono ghiotti. Similmente il Regno di Dio ha un punto di partenza poverissimo: Gesù con pochi pescatori e pastori Galilei, ma in 20 anni si apre a tutto il mondo e in tre secoli si diffonde in tutto l'Impero Romano e fuori di esso. Le persecuzioni degli Imperatori e dei musulmani, dei tiranni e del comunismo, e i distacchi operati dal diavolo e dalla cattiveria umana nel corso dei secoli, non sono riusciti né a indebolire il Regno di Dio né a distruggerlo, perché Dio Trinità lo regge con la sua potenza, sapienza e bontà infinite. Ma il Regno di Dio deve diffondersi nel nostro cuore per facilitare gli altri di accettarlo. Rinnoviamo la nostra fiducia nella potenza, sapienza e bontà infinite di Dio, che guida la Chiesa oggi come ha fatto per il passato; ma questo non ci faccia sentire esonerati dall’impegno personale serio per la sua diffusione e radicamento.

3. Gesù insegna in parabole per adattarsi alle capacità di accoglienza della Verità da parte degli ascoltatori (33 Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere). La Verità, detta chiaramente, sarebbe stata rifiutata dagli Ebrei perché sarebbe stata una luce troppo intensa per loro; la luce opacizzata, grazie alle parabole, disponeva gli uomini ad accoglierla più facilmente. Comunque Gesù spiegava le parabole in privato agli apostoli (34 Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa). Ammiriamo l’infinita sapienza e pazienza e misericordia di Gesù nell’usare questo metodo di insegnare coi suoi contemporanei e con noi.

II - Ezechiele 17,22-24. Parla Dio (22 Così dice il Signore Dio) e usa una parabola per far capire agli ebrei che è Lui che regge i fili della storia umana, senza farsi condizionare dai grandi di questo mondo (24Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò).  Adopera l'immagine di un ramoscello, che Egli taglia dalla cima di un cedro (22 Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami lo coglierò), che era considerato l'albero più bello, maestoso e solido del Medio Oriente; Egli pianta questo ramoscello su un alto monte (22 e lo pianterò sopra un monte alto, imponente), quindi ben visibile; il monte è in Israele (23 lo pianterò sul monte alto d’Israele); l'albero crescerà, metterà rami e darà frutti e diventerà uno splendido cedro (23 Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico); gli uccelli vi troveranno il posto per fare il loro nido e per riposarsi (23 Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà). Gli altri alberi dovranno riconoscere che Dio è padrone di tutto (24 Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore); Egli abbatte gli alberi alti e innalza i piccoli a suo piacimento (24 che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso), fa seccare gli alberi verdi e rivitalizza quelli secchi (24 faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco); e conclude che farà ciò che dichiara (24 Io, il Signore, ho parlato e lo farò). Dio fa l'applicazione al popolo di Israele: aveva nel passato innalzato Davide ed esteso il suo regno e lo aveva difeso per oltre 300 anni, sperando che rispettasse l'alleanza; ciò non era avvenuto e così Dio aveva consentito la distruzione del regno del Nord nel 721 dagli Assiri e di quello del Sud nel 587 dai Babilonesi. Ma ora promette di ricostituire un regno grande, anzi universale, partendo da Gerusalemme, sotto un discendente di Davide: si tratta del Regno di Dio, che Gesù realizza con la sua predicazione e con la sua opera redentrice. Gesù garantisce la diffusione del Regno anche dopo la sua ascensione al Cielo, perché accompagna personalmente gli Apostoli di tutti i tempi e di tutti i luoghi (Mt 28,20) e ne sostiene l’attività (Mc 16,20) e anche lo Spirito Santo (At 1,8; e passim) fa altrettanto. Ogni credente è chiamato a collaborare alla diffusione del Regno di Dio, secondo la propria vocazione: testimonierà con la vita cristiana con la parola coraggiosamente la sua fede e il suo amore a Gesù.

III - 2Corinzi 5,6-10 1. Per ora la nostra anima è unita al nostro corpo (6 finché abitiamo nel corpo); viviamo su questa terra e dobbiamo tenere conoscere  e amare il Signore per mezzo della ragione, cercandolo nelle creature, e per mezzo della fede (7camminiamo infatti nella fede); poiché non lo vediamo faccia a faccia (6 e non nella visione), ci sentiamo lontano del Signore (6), come in esilio (6), lontani dalla patria e da casa. In realtà la nostra patria è il cielo, dove Dio ci ha pensato e amato da tutta l’eternità, e quindi in qualche modo ci ha concepito nella sua mente e nel suo cuore (Fil 3,20); lì avremo Dio vicino (8  abitare presso il Signore) e lo vedremo faccia a faccia (cfr 6; cfr 1Cor 13,12). E allora, sapendo (6) questo, ci conviene piuttosto preferire di lasciare questa vita (8 preferiamo andare in esilio dal corpo) e andare a stare nella intimità eterna con Dio, giacché abbiamo fiducia (6 sempre pieni di fiducia; 8 siamo pieni di fiducia) nella sua infinita misericordia per noi. Tuttavia, per vivere con Dio nell’eternità, è necessario fare quello che piace al Signore, mentre siamo su questa terra, e poi continueremo a fare lo stesso in cielo (9 Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi). Credo; qui siamo in una valle di lacrime, di sofferenze più o meno continue, che ci provochiamo da noi o che ci vengono dagli altri; siamo insidiati dal diavolo, dal mondo e dalla carne, col rischio che nella ricerca dei beni parziali e provvisori perdiamo il Bene assoluto ed eterno che è Dio; supplichiamo i cuori di Gesù, Maria Giuseppe con la breve preghiera: “Gesù Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l'anima mia, assistetemi nell’ultima agonia, spiri in pace con voi l’anima mia”. Diciamo con devozione alla Vergine: “prega per noi peccatori adesso e nell'ora della nostra morte”, e “mostraci dopo questo esilio Gesù”; manteniamoci in grazia di Dio; confessiamoci bene e con frequenza.

2. San Paolo conclude questa sezione con un'affermazione chiarissima: alla fine della vita di ciascuno l’anima si separa dal corpo a causa della morte e ci presentiamo ciascuno al cospetto di Cristo per rendere conto della nostra vita ed essere giudicati su quello abbiamo fatto mentre l'anima era unita al corpo: il giudizio di Gesù verterà su quello che abbiamo fatto di bene e su quello che abbiamo fatto di male: (10 Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male). Per essere più precisi: se moriremo in amicizia col Signore, cioè senza aver commesso peccati gravi, o avendone avuto il perdono, e se abbiamo fatto penitenza completa di tutti i nostri peccati e imperfezioni, allora il Signore con grande gioia ci porterà in paradiso.  Se invece abbiamo qualche peccato, di cui non abbiamo fatto penitenza completa, Gesù ci accoglierà come salvati, ma ci manderà a espiare i nostri peccati in un luogo di purificazione, il Purgatorio. Quelli che morranno nella inimicizia col Signore, cioè con peccati gravi, di cui non si sono voluti pentire o non hanno avuto il tempo di pentirsi per loro trascuratezza, con grande dispiacere del Signore andranno all'inferno. La morte c'è per tutti: ignoriamo la data e l'ora, il luogo e il come della nostra morte; conviene essere sempre preparati. Saremmo pazzi a mettere a rischio la salvezza eterna, dopo tutto quello che il Signore ha fatto per noi, col rimandare la conversione e la confessione: appena commettiamo per somma nostra disgrazia un peccato grave, pentiamoci immediatamente con un atto di dolore di amore perfetto e confessiamoci appena possiamo, al più presto.

EUCARISTIA: Dio si serve delle cose ordinarie per fare cose grandi: si serve degli uomini per diffondere il suo Regno; Gesù si serve del pane e del vino pper trasformarli nel suo Corpo e Sangue e renderci capaci di fare cose grandi uniti a Lui. Preghiamo la Vergine SS. e S. Giuseppe, i nostri Angeli Custodi e Santi Patroni di ottenerci di essere docili strumenti nelle mani di Dio per consentirgli di fare cose grandi attraverso di noi. (mons. Francesco Spaduzzi)

Spunti di riflessione per l'omelia della 4.a Domenica del Tempo Pasquale

Spunti di riflessione per l'omelia della 4.a Domenica del Tempo Pasquale

Non si tratta di “omelia”, ma di riflessioni che vengono dalla meditazione della Parola di Dio e che possono offrire spunti per l’omelia

giovedì 19 aprile 18:11 Cultura

Tempo Pasquale Domenica 4 B

I  - Giovanni 10, 11-18 1. Gesù dice di sé che è il Buon Pastore (11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore…; 14 Io sono il buon pastore) e dà subito come segno del suo essere il pastore generoso e ideale, della sua carità pastorale, il fatto che Egli è disposto a dare la vita per le pecore (11 Il buon pastore dà la propria vita per le pecore; 15 e do la mia vita per le pecore; 17 perché io do la mia vita; 18 io la do da me stesso), cioè per amore dell'umanità Egli è disposto a dare veramente tutto se stesso: questo rivela che l'amore di Gesù per gli uomini è realmente senza limiti. (a) A proposito di questa sua disponibilità a dare la vita, Gesù sottolinea che il Padre Lo ama per questo (17 Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita): l’amore di Gesù per gli uomini attira lo sguardo e l'amore del Padre su Gesù, e ovviamente deve attirare lo sguardo e l'amore degli uomini per Gesù. Gesù aggiunge che dal Padre ha ricevuto il comando di essere obbediente fino alla morte (18 Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio; cfr Fil 2,8), comando che Egli accetta con pieno amore e docilità (Gv 14,31). (b) Gesù sottolinea inoltre che dipende solo da Se stesso, dalla sua piena libertà e consapevolezza, di dare la vita, e non dipende dagli uomini o dalle circostanze (18 Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla) ed Egli la può riprendere di sua iniziativa quando vuole (17 per poi riprenderla di nuovo; 18 e il potere di riprenderla di nuovo). Ammiriamo Gesù buon Pastore e la sua generosità nel vivere e morire per noi; ringraziamoLo e chiediamo di imitare i sentimenti del suo Cuore, in particolare l'amore al Padre e all'umanità, e di consumare la nostra vita per Dio e le anime, giorno per giorno, come ha fatto Gesù fino alla fine.

2. Gesù aggiunge un'altra caratteristica di sé come Buon Pastore: (a) (14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me), e cioè la conoscenza reciproca con le pecore, che ha come paragone, modello, fondamento e causa, la conoscenza reciproca che c'è fra il Padre e il Figlio (14 così come il Padre conosce me e io conosco il Padre). Subito dopo Gesù parla dell'amore che il Padre ha per Lui, giacché Egli ama gli uomini fino a dare la vita per loro (17); questo serve a ricordarci anche che per i semiti “conoscere” implica sempre anche l'amore e quindi Gesù afferma che profonda ed estesa è la comunione che Lo unisce al Padre e agli uomini. L’amore mutuo, che lo unisce al Padre, si irradia verso gli uomini per renderli partecipi della Loro comunione di vita divina. La morte di Gesù rappresenterà il culmine della manifestazione del suo amore per il mondo (Gv 15,13) e anche la piena manifestazione della bontà del Padre Gv 3,16). Chiediamola questa comunione con Gesù e attraverso di Lui col Padre e lo Spirito Santo, ma anche la comunione coi fratelli di fede. (b) Gesù mette in risalto che la sua missione di salvezza non si limita ai soli Ebrei ma si estende anche ai pagani, a tutta l'umanità (16 E ho altre pecore che non provengono da questo recinto): Egli deve prendersi cura anche di questi uomini, li deve guidare alla casa del Padre, proponendo loro la Parola di Dio, che essi ascolteranno e formeranno un solo popolo di Dio sotto un solo pastore (16 anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore): l'unità della Chiesa, nuovo popolo di Dio, è frutto dell'unica fede in Cristo. Noi, che non siamo ebrei, siamo indicati in queste parole di Gesù e dobbiamo ascoltarle con profonda gratitudine verso Gesù e impegnarci a condividere la stessa preoccupazione e la stessa responsabilità di Gesù per tutti gli uomini. (c) Gesù contrappone se stesso Buon Pastore al mercenario, che non è veramente pastore e non è il padrone delle pecore (12 Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono) e che quindi non ha interesse per le pecore (13 perché è un mercenario e non gli importa delle pecore) e che perciò, in caso di pericolo, abbandona il gregge e scappa, consentendone la strage e la dispersione (12 vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde). I pastori buoni devono seguire l'esempio di Gesù e difendere i fedeli, anche a costo di dare la vita per loro. Ammiriamo Gesù Buon Pastore e la comunione di amore e di vita, che realizza con i fedeli, e anche la sua volontà di prendersi cura di tutti gli uomini. Apprezzeremo di più Gesù e i buoni pastori, confrontandoli con i cattivi pastori e mercenari. Prendiamo a cuore la sorte eterna dei nostri fratelli di tutto il mondo, alimentando in noi lo spirito missionario.

II - Atti 4, 8-12. Pietro, accompagnato da Giovanni, ha guarito uno storpio nel Tempio (Atti 3, 1-9) e annuncia la potenza di Gesù Risorto (At 3, 10-26), ma vengono arrestati e tenuti in prigione per una notte (At 4,1-5); al mattino vengono interrogati dai capi del Sinedrio (At 4,6-7) e Pietro, ormai pieno di Spirito Santo dalla Pentecoste in poi e sostenuto dallo stesso Spirito, con coraggio risponde loro e agli anziani (8 Allora Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: Capi del popolo e anziani); essi avevano domandato nel nome di chi o per mezzo di chi era stato realizzato il miracolo della guarigione dello storpio (9 visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato), fatto strepitoso e notorio innegabile (At 4,16), per dichiarazione degli stessi nemici degli Apostoli. Pietro afferma che capi e popolo devono sapere questo fatto (10 sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele), che per l'invocazione del nome di Gesù e per la sua autorità lo storpio è stato guarito (10 nel nome di Gesù Cristo il Nazarenocostui vi sta innanzi risanato). I capi sono responsabili dell’assassinio di Gesù (10 che voi avete crocifisso) e lo hanno considerato come pietra di scarto, come elemento non importante (11 Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori), ma Dio lo ha risuscitato dai morti (10) e quindi l'ha costituito elemento fondamentale nella costruzione del nuovo Tempio e del nuovo Popolo di Dio (11 e che è diventata la pietra d’angolo; cfr Sal 118,22). Pietro proclama che la salvezza viene solo per mezzo di Gesù (12 In nessun altro c’è salvezza) e solo per l'invocazione del suo Nome qui sulla Terra gli uomini possono essere salvati (12 non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati). Pietro annuncia la Parola di Dio l’influsso dello Spirito Santo; ma anche sotto l’influsso del medesimo Spirito erano i capi, che non vollero credere; sotto l'influsso dello Spirito siamo anche noi, che ascoltiamo la medesima Parola di Dio, e invece vogliamo credere, vogliamo essere salvati per mezzo di Gesù. I capi (10) e noi abbiamo crocifisso Gesù (Eb 3,6) con i nostri peccati, ma per la fede in Cristo ci convertiamo e ci incamminiamo verso la salvezza col pentimento e i sacramenti. Cristo è presente nell'Eucaristia come vittima di espiazione dei peccati (1Gv 2,2) e per mezzo di lui otteniamo misericordia dal Padre.

III - 1Giovanni 3,1-2 1. Noi siamo chiamati figli di Dio e lo siamo realmente (1 per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!); in realtà noi fin da ora siamo figli di Dio (2 Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio); lo dobbiamo al Padre, che ci ha voluti tale, e al Figlio che ci ha redenti e si è fatto uomo proprio per farci figli adottivi di Dio (Gal 4,5) e allo Spirito santo, che ci fa figli di Dio per mezzo della fede e del battesimo (Rm 8,16-17; Gal 4,6). Sappiamo che siamo figli di Dio, ma ci sfugge in che cosa ciò consista esattamente, perché non abbiamo la piena conoscenza di Dio: adesso lo conosciamo grazie alla ragione, e quindi per analogia attraverso le creature, e grazie alla fede, e quindi non ancora per la visione diretta; così anche non c'è stato ancora rivelato (2) ciò che saremo (2); quando saremo nell'eternità vedremo e capiremo e gusteremo. Per ora intuiamo e supponiamo, partendo da ciò che sappiamo già per la Rivelazione. In effetti sappiamo che quando il Padre o Gesù o la Trinità si manifesterà pienamente a noi nell'eternità (2 Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato), noi vedremo Padre e Figlio e Spirito Santo così come sono in se stessi. Questa contemplazione di Dio ci farà diventare simile a Lui (2 noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è). La contemplazione di Dio nell’eternità ci assimila a Dio, ci comunica Dio stesso, ci divinizza. Questo processo di divinizzazione in realtà inizia già adesso con la fede, che ci fa condividere il modo di pensare di Dio, e con la carità, che ci fa condividere il modo di amare di Dio, e con i sacramenti, che ci inseriscono nel Corpo di Cristo come membra vive, per cui diventiamo partecipi della Natura Divina (2 Pt 1,4); quanto più meditiamo e contempliamo il Cristo, come appare dalla rivelazione nella S. Scrittura, tanto più Gli rassomigliamo. Credo! adoro, ringrazio, lodo, gusto.

2. Pensando a quel che già capiamo dell'essere figli di Dio, possiamo già percepire, ma non totalmente, quanto è grande nella quantità e nella qualità l'amore di Dio per noi (1 Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre). Dio non si è limitato a crearci, ma ci ha ricreati, consegnando suo Figlio alla morte per noi (Gv 3,16), per farci suoi figli! Noi non riusciamo a capire l'amore di Dio per noi e che cosa significhi essere figli di Dio, e ancora meno lo capiscono quelli del mondo, perché non conoscono Dio (1 Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui) e neanche possono conoscere né il Padre né il Figlio né lo Spirito Santo. Non ci dobbiamo meravigliare se il diavolo, quelli che si schiavizzano alla mentalità mondana o si abbandonano alle tendenze cattive, cioè il mondo e la carne, ci attaccano e ci maltrattano: ciò avviene o perché sono gelosi di noi, come nel caso del diavolo, o non ci capiscono come il mondo e la carne. Non ci stanchiamo mai di riflettere e gustare queste verità e realtà meravigliose, che rivelano tutto l’amore di Dio per noi.

Nell’Eucaristia incontriamo Gesù Buon Pastore, che continua a prendersi cura del suo gregge: (a) offre se stesso, nella prima parte della Messa, nella Liturgia della Parola che come Maestro continua ad annunciare e nel buon esempio che ci dà; e (b) soprattutto nella seconda parte della Messa offre se stesso al Padre in espiazione dei nostri peccati e a noi come cibo e bevanda per la vita eterna e per rafforzare il nostro legame col Padre come figli, con Gesù come fratelli e membra del suo Corpo Mistico e con lo Spirito Santo come ospiti e amici e sposa. Preghiamo la Vergine Maria e S. Giuseppe, i nostri Angeli Custodi e Santi Patroni che ci ottengano la grazia di credere e gustare e vivere queste realtà.

mons. Francesco Spaduzzi

 

Battesimo di Gesù B

Queste sono riflessioni sulla Parola di Dio, proposta dalla Chiesa nella sua Liturgia della domenica e delle feste di precetto, dalle quali si possono trarre spunti per l’omelia, dopo averne fatto oggetto di meditazione
I –             Mc 1,7-11 1.  Giovanni il Battista annunzia innanzitutto che il Messia verrà dopo di lui e che il Messia è infinitamente più potente di Giovanni (7 E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me): il Messia è così infinitamente grande che egli si sente e si dichiara meno di uno schiavo non ebreo di fronte a un padrone ebreo (7 io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali). Gli Ebrei pensavano che il servizio più umiliante per uno schiavo fosse sciogliere e legare i lacci dei sandali del padrone;  perciò un padrone ebreo non poteva neanche chiedere tale servizio al suo schiavo ebreo. Giovanni aggiunge anche che la missione del Messia è infinitamente superiore alla sua; per il battesimo entrambi usavano l’acqua: ma nel battesimo di Giovanni significava la vita nuova che il peccatore pentito voleva cominciare, mentre nel battesimo di Gesù significava il dono dello Spirito, già nell’AT associato in molti profeti all’acqua (8 Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo), e che tale dono veniva dato al battezzato. Riconosciamo l’infinita grandezza di Gesù, anche se nella vita pubblica appare ben poco, eccetto i miracoli, e l’infinita superiorità della missione di Gesù, che viene a donare il dono dei doni, che è lo Spirito Santo. E confondiamoci di fronte all’umiltà di Giovanni il Battista.

Omelia per la Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo (Anno C)

Omelia per la Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo (Anno C)
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